Una lotta interiore può essere completamente invisibile da fuori.
Continui a lavorare.
Rispondi ai messaggi.
Parli con le persone.
Fai quello che devi fare.
E intanto dentro qualcosa continua a discutere.
Questo Rumore nasce da quella sensazione.
Da due voci che sembrano volere cose opposte: una vuole reagire, controllare, andare avanti; l’altra chiede di fermarsi abbastanza da riuscire finalmente a sentire ciò che sta succedendo.
All’inizio sembrano nemiche.
La canzone, però, arriva lentamente a una conclusione diversa.
Forse stanno cercando, in modi opposti, di proteggere la stessa persona.
Questo Rumore: il significato della lotta interiore
La canzone comincia quasi sottovoce:
“Shh… non è silenzio. È solo guerra che non fa rumore…”
Sul modo in cui pause, respiri e silenzi possono cambiare il peso di una frase ho approfondito il tema in Il silenzio nella musica.
Dentro quella frase della canzone c’è già il contrasto centrale del brano.
Fuori può sembrare tutto tranquillo.
Dentro no.
La prima voce entra immediatamente cercando di riprendere il controllo:
“Svegliati, forza, smetti di tremare
Non c’è tempo per sentirti cadere”
Non c’è spazio per fermarsi.
Ci sono cose da fare.
Responsabilità.
Doveri.
Problemi da gestire.
E così anche quello che sentiamo rischia di diventare un’altra voce della lista.
Qualcosa da sistemare in fretta per poter continuare.
Quando il dovere copre quello che senti
Nel testo quella voce arriva a dire:
“Sorridi, respira, tutto va gestito
Il dolore si doma, non va capito”
È uno dei passaggi che sento più importanti.
Perché non volevo raccontare semplicemente una parte razionale e fredda contrapposta a una parte emotiva e buona.
La voce che vuole agire ha una funzione.
Sta cercando di tenere insieme le cose.
Vuole impedirci di fermarci proprio quando abbiamo la sensazione che fermarsi possa far crollare tutto.
E a volte continuare è davvero necessario.
Il problema arriva quando continuare diventa l’unico modo che conosciamo per stare dentro a ciò che ci succede.
Qualcosa fa male?
Gestiscilo.
Hai paura?
Vai avanti.
Sei stanco?
Resisti.
Può funzionare.
Ma ciò che viene continuamente spostato da una parte non per questo smette necessariamente di esistere.
È un punto che ritorna anche in Noi uomini forti, dove quel “tutto bene” permette di proseguire una conversazione senza dover trovare le parole per raccontare il resto.
In Questo Rumore, invece, ciò che cerchiamo di tenere sotto controllo comincia a rispondere.
La voce che cerchiamo di zittire
La seconda voce entra quasi come una protesta:
“Mi chiedi silenzio, ma dentro è tempesta
Ogni pensiero si trasforma in protesta”
Non chiede immediatamente una soluzione.
Prima vuole essere riconosciuta.
E poco dopo dice:
“Io sono la voce che cerchi di zittire
Ma torno ogni notte per farmi sentire”
Quando ho scritto il brano, quel verbo era importante:
zittire.
Perché non è la stessa cosa di risolvere.
Possiamo cercare di non pensare a qualcosa.
Riempire il tempo.
Distrarci.
Convincerci che non sia il momento.
Rimandare una conversazione con noi stessi.
Ma alcune cose continuano a tornare.
Magari proprio quando intorno c’è meno rumore e diventa più difficile coprirle con tutto il resto.
È lì che la lotta interiore diventa evidente anche a noi.
Lotta interiore: quando entrambe le voci hanno una ragione
A metà del testo le due parti finalmente si affrontano:
“Tu vuoi piangere, io voglio agire
Tu vuoi vincere, io voglio sentire
Tu vuoi ordine, io voglio fuggire”
Sembrano desideri incompatibili.
O fai una cosa o fai l’altra.
O reagisci o senti.
O controlli o lasci andare.
Ma subito dopo arriva una frase che cambia il modo in cui possiamo leggere tutto il dialogo:
“Non sono nemica, ma non mi sai capire”
È lì che, per me, la canzone smette davvero di essere una battaglia tra una parte giusta e una sbagliata.
Quella che vuole agire non è necessariamente il problema.
Quella che vuole fermarsi non è necessariamente la soluzione.
Sono due reazioni diverse alla stessa difficoltà.
Una cerca sicurezza nel controllo.
L’altra cerca spazio nell’ascolto.
Ed entrambe, a modo loro, stanno cercando di reggere qualcosa.
“Non siamo nemici”: il punto in cui cambia la canzone
Il passaggio decisivo arriva poco dopo:
“Non siamo nemici, ma ci facciamo male
In questa guerra sotto pelle, invisibile quanto reale”
Poi il testo arriva al suo centro:
“A volte penso che uno di noi debba sparire…
Ma poi capisco che siamo la stessa ferita
Lo stesso respiro
La stessa salita”
Per buona parte della canzone la domanda sembra essere:
quale delle due voci deve vincere?
Qui quella domanda smette di avere senso.
Perché non esistono realmente due persone.
C’è la stessa persona che reagisce in modi diversi.
La parte che vuole resistere e quella che è stanca di farlo.
Quella che cerca una soluzione e quella che non è ancora pronta a cercarla.
Quella che vuole andare avanti e quella che continua a voltarsi verso qualcosa che non ha ancora capito.
Non sono due nemici.
Sono due parti dello stesso punto irrisolto.
E riconoscerlo non risolve automaticamente il conflitto.
Ma cambia il modo in cui lo guardiamo.
Lotta interiore: “non sono rotto, sono in costruzione”
Verso la fine arriva un’altra frase importante:
“Non sono rotto, sono in costruzione
E ogni mia voce ha la sua ragione”
Non sono rotto non significa:
va tutto bene.
La canzone ha appena raccontato esattamente il contrario.
Per me significa smettere di considerare ogni contraddizione la prova che dentro di noi ci sia necessariamente qualcosa che non dovrebbe esserci.
Possiamo desiderare due cose contemporaneamente.
Sapere razionalmente quale scelta fare e continuare comunque a soffrirne.
Avere paura e voler andare avanti.
Voler lasciare qualcosa e sentire ancora il bisogno di tornarci con il pensiero.
Una lotta interiore non implica necessariamente che una parte debba essere eliminata perché l’altra possa funzionare.
A volte dobbiamo prima capire cosa stanno cercando entrambe di difendere.
È qualcosa che si avvicina, da un’altra direzione, a ciò che racconto in Perfetta Imperfezione: non tutto ciò che percepiamo come una crepa deve essere cancellato per poter continuare a costruire la persona che siamo.
“Adesso ascolto”
Dopo tutto quel rumore, la canzone arriva a una conclusione sorprendentemente semplice:
“Adesso ascolto.”
Non:
adesso ho capito tutto.
Non:
adesso so cosa devo fare.
E neppure:
adesso una delle due voci ha vinto.
Soltanto:
adesso ascolto.
È probabilmente il punto del brano che sento più vicino.
Perché Questo Rumore non prova a offrire una soluzione universale alla lotta interiore.
Non credo che esista.
Racconta qualcosa che viene prima.
Il momento nel quale smettiamo, almeno per un attimo, di utilizzare tutta la nostra energia per impedire a una parte di noi di parlare.
Ascoltare non significa darle automaticamente ragione.
Non significa assecondare ogni pensiero.
Non significa nemmeno dover trovare subito una risposta.
Significa provare a capire perché quella voce continua a tornare.
Da un dialogo muto a un dialogo vivo
C’è una piccola variazione nel testo che, per me, racconta tutto il percorso della canzone.
All’inizio:
“Chi sono io, se non questo rumore?
Un dialogo muto che grida dolore”
Alla fine diventa:
“Chi sono io, se non questo rumore?
Un dialogo vivo che cerca l’amore”
Il rumore non è sparito.
Le due voci sono ancora lì.
Quello che è cambiato è il rapporto tra loro.
Prima esisteva soprattutto lo scontro.
Una cercava di coprire l’altra.
Una voleva essere ascoltata e l’altra voleva rimettere tutto immediatamente sotto controllo.
Alla fine possono finalmente appartenere alla stessa conversazione.
Ed è forse questo il significato che oggi riconosco di più nel titolo Questo Rumore.
Non tutto ciò che fa rumore dentro di noi deve essere necessariamente eliminato.
Qualche volta può essere il segnale che continuiamo a passare sopra qualcosa senza esserci mai fermati abbastanza.
Questo Rumore e la lotta interiore: quello che rimane
La lotta interiore raccontata nella canzone non termina con una vittoria.
Nessuna delle due parti scompare.
E non credo sarebbe stato coerente farla finire così.
La voce che vuole agire continuerà probabilmente a esistere.
Così come quella che, ogni tanto, chiederà di fermarsi.
Ci saranno momenti nei quali servirà decidere.
Altri nei quali servirà aspettare.
E altri ancora nei quali non sapremo immediatamente cosa fare.
Quello che cambia nel brano è qualcosa di più piccolo.
Una delle due parti smette di trattare l’altra come qualcosa da mettere a tacere.
Ed è anche per questo che il passaggio da “dialogo muto” a “dialogo vivo” conta così tanto.
Il conflitto non scompare.
Diventa finalmente una conversazione.
Per questo, dopo tutta quella guerra sotto pelle, non avevo bisogno di una grande soluzione per chiudere la canzone.
Mi bastavano due parole.
Adesso ascolto.
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In3ccioSonoro nasce dal bisogno di dare forma a quello che spesso resta dentro.
Marco Cammilli scrive canzoni partendo da ricordi, relazioni, errori, assenze e piccoli momenti che sembrano insignificanti finché non diventano una storia.
Qui racconta anche ciò che resta fuori dai tre minuti di una canzone.





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