Il sorriso del clown nasce da una contraddizione che conosciamo bene: ci sono sorrisi che raccontano esattamente come stiamo e altri che servono proprio a non raccontarlo.
Rispondiamo “tutto bene”.
Facciamo una battuta.
Continuiamo a sorridere anche quando, dietro quel sorriso, c’è qualcosa che non vogliamo mostrare.
Da fuori può sembrare tutto normale.
Ed è proprio da questa distanza che è nata la prima canzone di In3ccioSonoro: quella tra ciò che gli altri vedono e ciò che può succedere quando lo spettacolo finisce e non c’è più nessuno da far ridere.
Perché proprio un clown
L’immagine da cui sono partito era semplice.
Un tendone.
Le luci.
Il pubblico.
Un clown che entra in scena e sa esattamente cosa ci si aspetta da lui.
Deve divertire.
Deve sorprendere.
Deve far ridere.
Nel testo tutto comincia quasi come uno spettacolo: colori, movimento, applausi, bambini che guardano e continuano a sognare.
Ma qualcosa stona fin dall’inizio.
Il volto è dipinto.
Il sorriso c’è.
Eppure negli occhi c’è già una stanchezza che il pubblico non vede.
È questo contrasto che mi interessava.
Il clown non può semplicemente entrare in scena e dire che quella sera non ce la fa.
Il suo ruolo esiste proprio perché, per qualche minuto, deve regalare agli altri qualcosa di diverso da ciò che sente.
E quella distanza tra il personaggio e la persona mi sembrava un’immagine molto più grande del circo.
Non abbiamo tutti un naso rosso o un volto dipinto di bianco.
Ma quasi tutti conosciamo almeno una parte che ci viene naturale interpretare.
Quello forte.
Quello allegro.
Quello che risolve.
Quello che non vuole pesare sugli altri.
Quello che, quando qualcuno chiede “come stai?”, risponde “bene” prima ancora di pensarci.
Quando lo spettacolo finisce
La parte che cambia davvero la canzone non avviene davanti al pubblico.
Avviene dopo.
Nel camerino.
Il clown si ferma davanti allo specchio e vede “un volto distante”.
Per me è una delle immagini più importanti del brano.
Fino a quel momento lo abbiamo guardato come lo guarda il pubblico.
Adesso, per la prima volta, lo vediamo quando non deve più convincere nessuno.
Non ci sono risate da provocare.
Non ci sono applausi.
Non c’è una parte da interpretare.
Rimane soltanto un uomo davanti alla propria immagine.
Ed è proprio lì che il sorriso cambia significato.
Prima faceva parte dello spettacolo.
Adesso diventa quasi qualcosa che non riesce più a togliersi.
La canzone non racconta semplicemente qualcuno che decide di nascondere un momento difficile.
Racconta una persona che ha continuato talmente a lungo a essere ciò che gli altri si aspettavano da rischiare di non riconoscersi più quando rimane sola.
Il sorriso del clown: l’uomo dietro la maschera
Nel brano il clown continua a fare ciò che sa fare.
Fuori il mondo ride.
Il pubblico applaude.
I bambini continuano a guardarlo come se niente fosse cambiato.
Dentro, però, qualcosa sta cedendo.
Ed è qui che Il sorriso del clown smette per me di essere soltanto la storia di un personaggio.
Perché portare leggerezza agli altri non significa necessariamente sentirsi leggeri.
Una persona può essere quella che fa ridere tutti e attraversare un periodo terribile.
Può essere il punto di riferimento di molti e non sapere a chi appoggiarsi quando ne avrebbe bisogno.
Può riuscire a esserci sempre per gli altri e, proprio per questo, rendere difficile agli altri accorgersi che qualche volta avrebbe bisogno che qualcuno ci fosse per lei.
Il dolore non ha sempre un aspetto riconoscibile.
Non sempre piange.
Non sempre chiede aiuto.
Qualche volta continua a lavorare.
Fa battute.
Sorride.
È un tema sul quale sono tornato, molto tempo dopo, anche in Noi uomini forti, affrontandolo da un’altra prospettiva: quella di chi ha imparato talmente bene a mostrarsi forte da fare fatica persino ad ammettere quando non lo è.
Ascolta “Il sorriso del clown”
Il sorriso del clown racconta proprio questa distanza: quella tra il sorriso che arriva agli altri e ciò che può rimanere nascosto dietro di esso.
La solitudine in mezzo agli applausi
Essere soli e sentirsi soli non sono necessariamente la stessa cosa.
Ed era questo il contrasto che volevo raccontare.
Il clown della canzone non è abbandonato in una stanza vuota.
È circondato da persone.
Tutti lo guardano.
Tutti reagiscono a ciò che fa.
Riceve attenzione, applausi, risate.
Eppure nessuno sta realmente guardando l’uomo.
Stanno guardando il clown.
Quella per me è una forma di solitudine particolare: essere visibili e sentirsi comunque invisibili.
Può succedere anche fuori da un tendone.
Possiamo parlare ogni giorno con qualcuno senza raccontargli mai la cosa che ci sta facendo più male.
Possiamo essere apprezzati per quello che facciamo e non sentirci conosciuti per ciò che siamo.
Possiamo avere persone intorno e continuare a pensare che spiegare davvero come stiamo sarebbe troppo complicato.
Il problema non è necessariamente che gli altri non vogliano vedere.
A volte siamo noi ad aver costruito talmente bene il personaggio che diventa difficile capire dove cercare ciò che c’è dietro.
Quando il trucco svanisce, resta l’uomo
Nella seconda parte della canzone lo spettacolo comincia a perdere pezzi.
Il trucco svanisce.
Compare una lacrima.
Quello che prima funzionava come maschera non riesce più a coprire tutto.
Ed è lì che non mi interessa quasi più il clown.
Mi interessa l’uomo che rimane.
Un uomo che nel testo appare smarrito, stanco, consumato da qualcosa che non è mai riuscito a portare davanti al pubblico.
La maschera non è necessariamente una bugia.
Questo per me è importante.
Non credo che ogni sorriso dato mentre stiamo male sia falso.
Possiamo essere sinceramente felici di aver fatto ridere qualcuno e avere comunque un dolore che continua a esistere.
Possiamo amare ciò che facciamo e contemporaneamente sentirci svuotati.
Le emozioni non si cancellano a vicenda.
Il problema arriva quando una parte di noi diventa l’unica che pensiamo di poter mostrare.
Quando il personaggio smette di essere qualcosa che interpretiamo e comincia a essere qualcosa da cui non sappiamo più uscire.
La musica dietro Il sorriso del clown
Anche musicalmente volevo che la canzone seguisse questo passaggio.
L’inizio conserva qualcosa dell’immaginario del circo e dello spettacolo.
C’è movimento.
C’è una leggerezza che deve rendere credibile il mondo nel quale il clown sta entrando.
Poi, però, l’atmosfera cambia.
Non volevo uno strappo improvviso.
Mi interessava che la trasformazione avvenisse mentre la storia avanzava, quasi nello stesso modo in cui scopriamo alcune persone nella vita reale.
All’inizio vediamo ciò che ci mostrano.
Poi rimaniamo abbastanza a lungo da notare qualcosa che prima ci era sfuggito.
Un silenzio.
Uno sguardo.
Una frase detta diversamente.
E improvvisamente quello che sembrava semplice acquista un altro peso.
“Il sorriso del clown” su YouTube
“Ha donato sorrisi al mondo intero”
La canzone arriva alla sua immagine finale quando il sipario si chiude.
Le luci si spengono.
Lo spettacolo è finito.
E rimane una frase:
“Ha donato sorrisi al mondo intero”
Seguita da una domanda molto più importante: qualcuno si è mai chiesto se anche il suo cuore stesse ridendo?
È probabilmente da qui che, per me, parte davvero tutto il significato di Il sorriso del clown.
Il punto non è che il pubblico sia cattivo.
Non è nemmeno che qualcuno avrebbe necessariamente potuto salvarlo.
È qualcosa di molto più semplice.
Possiamo abituarci talmente tanto a ciò che una persona ci dà da dimenticarci di chiederci quanto le costa continuare a darlo.
Quello che fa ridere tutti sembra non aver bisogno di essere consolato.
Quello che è sempre forte sembra non aver bisogno di appoggiarsi.
Quello che ascolta tutti sembra non aver bisogno di parlare.
E invece non lo sappiamo.
Perché vediamo soltanto la parte che ci viene mostrata.
La prima canzone di In3ccioSonoro
Il sorriso del clown è stata la prima canzone di In3ccioSonoro.
Quando l’ho scritta non avevo ancora chiaro tutto ciò che sarebbe diventato il progetto.
Non sapevo quali canzoni sarebbero arrivate dopo e non potevo sapere che alcuni temi sarebbero tornati molte volte.
Le cose che non diciamo.
La distanza tra ciò che sentiamo e ciò che mostriamo.
Le fragilità che teniamo nascoste.
I ruoli nei quali rischiamo di rimanere intrappolati.
Guardandola oggi, mi accorgo che molte delle domande che sarebbero tornate nelle canzoni successive erano già dentro quella prima immagine.
Un uomo.
Un volto dipinto.
Un pubblico che ride.
E qualcosa che nessuno riesce a vedere.
È anche uno dei primi brani nei quali ho utilizzato l’intelligenza artificiale come strumento di realizzazione musicale. Il testo, la storia e ciò che volevo raccontare partivano da me; l’IA è entrata nel processo per aiutarmi a dare a quell’idea una forma musicale. Ho raccontato più approfonditamente questa scelta nell’articolo dedicato al rapporto tra In3ccioSonoro e intelligenza artificiale.
Se vuoi ascoltare gli altri brani e scoprire le storie da cui sono nati, trovi tutte le pubblicazioni nella Discografia di In3ccioSonoro.
Dietro un sorriso non sappiamo sempre cosa c’è
Una persona ride, quindi pensiamo che sia felice.
Continua a fare quello che ha sempre fatto, quindi immaginiamo che stia bene.
Fa una battuta, quindi probabilmente non c’è niente che la preoccupa davvero.
È comprensibile.
Non possiamo passare la vita cercando sofferenza dietro ogni espressione.
Ma possiamo ricordarci che una persona è quasi sempre più grande della parte che riusciamo a vedere.
Ed è forse questo ciò che la storia del clown continua a lasciarmi.
Non l’idea che ogni sorriso nasconda necessariamente qualcosa.
Ma il dubbio che qualche volta potremmo fermarci un po’ prima di dare per scontato ciò che quel sorriso significa.
Una domanda come “come stai?” non deve diventare un interrogatorio.
Non deve obbligare nessuno a raccontarsi.
Può però significare qualcosa quando chi la pronuncia è davvero disposto ad ascoltare anche una risposta diversa da “bene”.
Il clown della canzone non aveva bisogno che qualcuno gli insegnasse a sorridere.
Quello sapeva farlo benissimo.
Forse aveva soltanto bisogno che, almeno una volta, qualcuno guardasse oltre il sorriso.
In3ccioSonoro nasce dal bisogno di dare forma a quello che spesso resta dentro.
Marco Cammilli scrive canzoni partendo da ricordi, relazioni, errori, assenze e piccoli momenti che sembrano insignificanti finché non diventano una storia.
Qui racconta anche ciò che resta fuori dai tre minuti di una canzone.





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