La paura di fidarsi non ci fa sempre scappare.
A volte ci fa restare, ma così impegnati a difenderci da qualcosa che non è ancora successo da non accorgerci di quello che stiamo rovinando.
Restiamo lì, dentro una relazione, continuando però a controllare le uscite di sicurezza.
Osserviamo.
Misuriamo.
Confrontiamo.
Una risposta arrivata più tardi del solito.
Una parola detta con meno calore.
Un silenzio che ieri non c’era.
Una sera in cui l’altro sembra più distante.
Forse non significa niente.
Ma quando abbiamo già paura di qualcosa, anche ciò che non significa niente può cominciare a significare tutto.
Un dettaglio diventa un indizio.
Un indizio diventa una prova.
E una prova diventa la conferma di una storia che avevamo cominciato a scrivere molto prima di sapere come sarebbe finita.
Poi arriva quella frase.
“Lo sapevo.”
Due parole che qualche volta sembrano proteggerci.
E che invece possono raccontare una sconfitta enorme.
Perché avere ragione non è sempre una vittoria.
A volte significa soltanto che è successo esattamente ciò che speravamo non accadesse.
È da questa contraddizione che nasce “Fammi avere torto”.
Dalla paura di fidarsi, ma soprattutto da quello che possiamo arrivare a fare pur di non farci trovare impreparati se qualcuno, un giorno, dovesse davvero ferirci.
Quando la paura di fidarsi comincia a cercare la crepa
Le ferite insegnano.
È inevitabile.
Dopo una delusione impariamo a stare più attenti.
Dopo una bugia impariamo a fare più domande.
Dopo un abbandono impariamo che anche chi sembra esserci può, un giorno, non esserci più.
Non c’è niente di sbagliato nel ricordare.
Il problema comincia quando il ricordo smette di aiutarci a capire il presente e comincia a decidere il futuro.
“Riascolto due volte quello che dici,
cerco una crepa dove non ce n’è.”
Forse è proprio questo il punto.
Non stiamo sempre guardando ciò che c’è.
A volte guardiamo ciò che temiamo di trovare.
E più lo cerchiamo, più diventiamo bravi a riconoscerlo dappertutto.
Una distrazione diventa disinteresse.
Una giornata storta diventa distanza.
Una richiesta di spazio diventa il principio di un addio.
Non perché siamo stupidi.
Non perché siamo necessariamente gelosi o diffidenti.
Ma perché una parte di noi pensa di aver imparato una lezione:
se vedo arrivare il dolore abbastanza presto, forse farà meno male.
È una forma di controllo.
Illusoria, ma potentissima.
Perché non possiamo impedire a qualcuno di ferirci.
Possiamo soltanto cercare di non farci sorprendere.
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Mettere alla prova qualcuno senza dirgli che è sotto esame
Non sempre diciamo apertamente ciò di cui abbiamo paura.
Anzi.
Qualche volta facciamo l’esatto contrario.
Ci mostriamo distanti.
Smettiamo di cercare.
Rispondiamo meno.
Fingiamo che qualcosa non ci abbia toccati.
Poi aspettiamo.
Vediamo se l’altro se ne accorge.
Se insiste.
Se torna.
Se ci viene a prendere proprio nel punto in cui ci siamo nascosti.
“Ti tengo fuori per paura di entrare,
faccio il distante e aspetto che insisti.”
È uno dei paradossi più dolorosi delle relazioni: allontanare qualcuno per scoprire quanto sia disposto a restare.
Non gli chiediamo se ci tiene a noi. Gli rendiamo difficile dimostrarlo.
E quando smette di provarci, invece di domandarci quanto possa aver pesato il nostro comportamento, troviamo finalmente la risposta che temevamo.
Se n’è andato.
Lo sapevamo.
È anche una questione di responsabilità emotiva: riconoscere che i nostri comportamenti, anche quando nascono dalla paura, possono avere conseguenze su chi ci sta accanto.
Quando non cerchiamo più la verità
Pensiamo di voler capire.
Ma non sempre è così.
A volte vogliamo soprattutto trovare qualcosa che faccia tornare i conti.
Se siamo convinti di essere destinati a essere lasciati, noteremo soprattutto i segnali di distanza.
Se crediamo che prima o poi verremo delusi, daremo un peso enorme alle delusioni e molto meno a tutto ciò che le contraddice.
Se pensiamo che fidarsi sia pericoloso, ogni errore dell’altro sembrerà un avvertimento.
Le prove contrarie?
Le archiviamo come eccezioni.
“Questa volta è andata bene.”
“Per ora.”
“Vedremo.”
La paura sa aspettare.
“Mi costruisco prima la conclusione
e dopo faccio tutto per farla tornare.”
Forse questa è una delle frasi più dure di “Fammi avere torto”.
Perché toglie al protagonista una posizione comoda.
Non gli permette di essere soltanto quello che ha sofferto.
Lo costringe a guardare anche ciò che fa con quella sofferenza.
Ed è molto più difficile.
Perché riconoscere una ferita è relativamente semplice.
Riconoscere che quella ferita sta cominciando a guidare il modo in cui trattiamo qualcuno è tutta un’altra cosa.
Il conto arriva alla persona sbagliata
Nessuno entra davvero in una relazione da solo.
Portiamo con noi pezzi di ciò che è successo prima.
Frasi.
Paure.
Promesse non mantenute.
Messaggi aspettati inutilmente.
Porte chiuse.
Persone che dicevano “ci sono” e che poi non c’erano più.
Anche quando crediamo di aver superato tutto, qualcosa può restare.
E a volte chi arriva dopo si trova a dover rispondere a domande che non ha mai fatto nascere.
“Ti faccio pagare colpe senza nome,
ti presento conti che non hai aperto.”
È un’immagine semplice.
Ed è forse proprio per questo che fa male.
Perché succede.
Qualcuno ci ha feriti.
Poi arriva un’altra persona.
E senza volerlo le chiediamo di riparare ciò che non ha rotto.
Chi arriva dopo non conosce necessariamente tutta la nostra storia. Eppure può ritrovarsi a pagarne le conseguenze.
Può essere sincero e sentirsi trattato da bugiardo. Può esserci e sentirsi continuamente accusato di voler andare via. Può amare e scoprire che nessun gesto basta a dimostrarlo.
E anche la pazienza di chi cerca di dimostrarci il contrario, prima o poi, può esaurirsi.
E se un giorno quella persona si stanca, la paura trova finalmente ciò che aspettava.
“Hai visto?”
“Lo sapevo.”
“Siete tutti uguali.”
Ed è qui che il meccanismo diventa quasi perfetto.
Perché ciò che temevamo è successo davvero.
Solo che ormai è difficile capire dove finiva la previsione e dove cominciava il nostro contributo a farla avverare.
La parte più difficile da ammettere
Il cuore di “Fammi avere torto” non è la diffidenza.
È ciò che la diffidenza può produrre.
“La cosa peggiore non è che diffido,
è che ti trasformo in quello che temo.”
Qui la canzone cambia.
Non dice più soltanto:
ho paura che tu mi faccia male.
Dice:
ho paura di trattarti così a lungo come se dovessi farmi male da portarti, alla fine, proprio nel punto in cui temevo che saresti arrivato.
È una responsabilità enorme.
E proprio per questo è una consapevolezza adulta.
Essere stati feriti spiega molte cose.
Non giustifica automaticamente tutto ciò che facciamo dopo.
Il dolore che abbiamo ricevuto non diventa innocuo soltanto perché, questa volta, siamo noi a passarlo a qualcun altro.
Forse crescere significa anche accorgersi di questo.
Non limitarsi a chiedersi:
“Chi mi ha fatto diventare così?”
Ma avere il coraggio di aggiungere:
“E io, adesso, cosa sto facendo con quello che mi è successo?”
Le difese non sanno quando il pericolo è finito
Ci sono difese che ci hanno aiutato a superare momenti difficili.
Ci siamo chiusi, abbiamo smesso di fidarci, abbiamo imparato a non aspettarci troppo.
Il problema è che quelle difese non riconoscono sempre la differenza tra chi ci ha feriti e chi abbiamo davanti adesso.
Continuiamo a proteggerci da qualcuno che non c’è più, rischiando di ferire qualcuno che invece c’è.
E può succedere una cosa amarissima: perdere una persona non perché volesse andarsene, ma perché non siamo mai riusciti a credere che desiderasse restare.
La paura di fidarsi e il bisogno di sapere come andrà
Vorremmo sapere.
È questo il punto.
Sapere prima.
Chi resterà.
Chi mentirà.
Chi sarà capace di amarci.
Chi un giorno cambierà idea.
Chi ci deluderà.
Chi no.
Vorremmo arrivare al futuro con qualche giorno di anticipo, leggere il finale e poi decidere se vale la pena cominciare.
Ma non possiamo.
E allora proviamo a sostituire la certezza con il controllo.
Analizziamo.
Prevediamo.
Mettiamo alla prova.
Ci prepariamo.
Solo che amare qualcuno, fidarsi di un amico, concedere spazio a una persona dentro la propria vita significa accettare una cosa che nessuna strategia può eliminare:
potrebbe andare male.
È brutale.
Ma è anche ciò che rende autentico tutto il resto.
“Ma forse il coraggio non è prevedere
chi farà male e chi saprà restare.”
Forse il coraggio non consiste nel diventare così bravi a difenderci da non poter più essere feriti.
Forse consiste nel non lasciare che la possibilità di essere feriti decida ogni nostra scelta.
La paura di fidarsi non scompare perché qualcuno ci garantisce che non soffriremo.
Nessuno può farlo.
Fidarsi significa qualcosa di più fragile e più difficile:
concedere a qualcuno la possibilità di non farci male.
Forse è anche per questo che alcune relazioni respirano meglio quando smettiamo di trasformare ogni presenza in una promessa e ogni distanza in una minaccia: è lo spazio fragile di un amore senza aspettative.
Una ferita non è una previsione
Quello che ci è successo conta.
Conta tantissimo.
Ma non è necessariamente ciò che ci succederà.
Una persona ci ha traditi.
Non significa che lo farà la prossima.
Qualcuno ci ha lasciati nel momento peggiore.
Non significa che tutti faranno lo stesso.
Una storia è finita male.
Non significa che conosciamo già il finale di quella successiva.
Eppure è facile confondere le due cose.
Usiamo il passato come una mappa.
È comprensibile.
Il problema è quando cominciamo a credere che quella mappa descriva anche luoghi in cui non siamo mai stati.
“Quando confondo una difesa con l’amore
e una ferita con una previsione.”
Una ferita racconta ciò che è successo.
Non può sapere cosa succederà.
Siamo noi, qualche volta, a darle quel potere.
“Fammi avere torto” su YouTube
“Fammi avere torto”
All’inizio il titolo sembra una richiesta rivolta all’altra persona.
Dimostrami che sei diverso.
Dimostrami che resterai.
Dimostrami che questa volta non finirà così.
Ma più si entra nella canzone, più quella frase cambia.
Perché nessuno può trascorrere la propria vita a dimostrarci di non essere qualcun altro.
Nessuno può rassicurarci abbastanza da cancellare definitivamente una paura che nasce dentro di noi.
A un certo punto “Fammi avere torto” smette di essere soltanto una richiesta all’altro.
Diventa qualcosa che diciamo anche a noi stessi.
Fammi avere torto quando penso di sapere già come andrà.
Fammi avere torto quando trasformo un dubbio in una certezza.
Fammi avere torto quando cerco una crepa prima ancora che esista.
Fammi avere torto quando considero una difesa una prova d’amore.
Fammi avere torto quando penso che proteggermi significhi non lasciare entrare nessuno abbastanza da potermi fare male.
E soprattutto:
fammi avere torto prima che faccia tutto il necessario per avere ragione.
Ci sono ragioni che sarebbe bellissimo perdere
Passiamo una parte enorme della vita cercando conferme.
Vogliamo sapere di aver capito bene.
Di aver scelto bene.
Di aver giudicato bene.
Di aver previsto bene.
Vogliamo avere ragione.
Ma esistono convinzioni che sarebbe bellissimo veder crollare.
Che nessuno resta.
Che prima o poi tutti deludono.
Che mostrare una fragilità significa consegnare un’arma.
Che chi si avvicina abbastanza finirà inevitabilmente per ferirci.
Che siamo destinati a rivivere sempre la stessa storia con facce diverse.
Ed è forse anche per questo che fa così impressione quando, dopo una relazione, due persone che si conoscevano profondamente finiscono per diventare estranee.
Forse nessuno potrà mai prometterci che non soffriremo più.
E forse non è nemmeno questo ciò di cui abbiamo bisogno.
Forse abbiamo bisogno di lasciare almeno uno spazio vuoto nella storia che abbiamo già scritto.
Un punto in cui il passato non ha ancora deciso il nostro futuro.
Un punto in cui qualcuno può sorprenderci.
Un punto in cui anche noi possiamo comportarci diversamente.
Perché il rischio più grande non è soltanto fidarsi della persona sbagliata.
A volte il rischio è incontrare qualcuno che non ci sta facendo del male e, per paura che prima o poi lo faccia, spingerlo proprio verso il finale che volevamo evitare.
E restare lì.
Con tutte le nostre prove.
Con tutte le nostre previsioni.
Con tutte le volte in cui avevamo visto giusto.
“Se devo perdere qualcosa,
che sia almeno questa mia ossessione:avere sempre ragione.”
Fammi avere torto.
In3ccioSonoro nasce dal bisogno di dare forma a quello che spesso resta dentro.
Marco Cammilli scrive canzoni partendo da ricordi, relazioni, errori, assenze e piccoli momenti che sembrano insignificanti finché non diventano una storia.
Qui racconta anche ciò che resta fuori dai tre minuti di una canzone.





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