Senza di me nasce da una domanda semplice, ma scomoda: quanta vita perdiamo aspettando il momento giusto?

Non tutte le rinunce hanno il coraggio di chiamarsi rinunce.

Alcune si chiamano “più avanti”.

Altre “quando avrò tempo”.

Altre ancora “prima o poi”.

Ed è proprio per questo che sono così difficili da riconoscere.

Perché non abbiamo deciso di abbandonare quel viaggio, quel progetto, quella telefonata, quella scelta che ci fa paura.

Non abbiamo detto di no.

Abbiamo soltanto pensato che ci sarebbe stato un momento migliore.

Aspettare il momento giusto sembra quasi sempre una scelta sensata.

Il problema è che nessuno ci avverte quando l’attesa smette di essere preparazione e comincia a diventare rinuncia.

È proprio questa differenza che provo ad approfondire in Siamo ancora capaci di aspettare?: non tutta l’attesa è tempo perso, ma non tutta l’attesa sta davvero facendo maturare qualcosa.

Non c’è una data.

Non c’è una sirena.

Non arriva una notifica che dice:

adesso hai aspettato troppo.

A volte lo scopriamo soltanto quando ci voltiamo indietro.

Ed è da questa sensazione che nasce Senza di me, il nuovo brano di In3ccioSonoro.

Una canzone sul tempo, certo.

Ma soprattutto su una domanda ancora più scomoda:

e se, mentre aspettiamo di cominciare a vivere, la vita fosse già cominciata?

Quando il “poi” diventa un posto sicuro

Il futuro ha un vantaggio enorme sul presente.

Non è ancora successo niente.

Quindi tutto può ancora andare bene.

Un sogno che non abbiamo provato a realizzare non è ancora fallito.

Una scelta che non abbiamo fatto non può ancora rivelarsi sbagliata.

Una persona alla quale non abbiamo detto ciò che sentiamo non può ancora darci la risposta che temiamo.

Nel futuro tutte le possibilità rimangono intatte.

Ed è forse proprio per questo che può diventare un rifugio.

In Senza di me quell’idea prende la forma di una stanza:

Ho fatto del “poi” una stanza sicura,
con tutte le finestre chiuse sul presente.

Una stanza sicura.

Non una prigione.

Ed è questo il problema.

Perché se fosse scomoda, probabilmente vorremmo uscirne.

Invece lì dentro possiamo continuare a prometterci tutto.

Un giorno partirò.

Un giorno cambierò.

Un giorno inizierò.

Un giorno troverò il coraggio.

E finché rimane tutto nel futuro possiamo continuare a immaginare la versione perfetta di quello che potrebbe succedere.

Solo che una stanza con tutte le finestre chiuse sul presente ha un prezzo.

Mentre noi restiamo dentro, fuori il tempo continua a passare.

Ascolta “Senza di me” su Spotify

Forse Senza di me è una canzone da ascoltare pensando proprio a questo.

A quella cosa che continuiamo a chiamare “prima o poi” da così tanto tempo da non ricordare più quando abbiamo cominciato a rimandarla.

Il problema del “non adesso” è che può diventare “mai”

Dire mai è difficile.

Ha qualcosa di definitivo.

Dire “questa cosa non la farò mai” ci costringe a riconoscere una rinuncia.

Non adesso, invece, è leggero.

Non chiude niente.

Lascia una porta aperta.

Possiamo sempre raccontarci che torneremo più avanti.

Ed è forse questo uno dei meccanismi più strani del rimandare:

una lunga serie di “non adesso” può produrre esattamente lo stesso risultato di un “mai”, senza che abbiamo mai avuto la sensazione di scegliere.

Il ritornello di Senza di me nasce proprio lì:

Ho rimandato così tanto la vita
che un giorno è arrivata senza di me.
Non era in ritardo, non s’era smarrita:
ero io che aspettavo un giorno che non c’è.

La vita non ha sbagliato appuntamento.

Non è arrivata prima.

Non si è dimenticata di aspettarci.

Era già lì.

Eravamo noi a immaginarla sempre qualche metro più avanti.

Dopo quel problema.

Dopo quel periodo.

Dopo quella paura.

Dopo essere diventati abbastanza sicuri, abbastanza preparati, abbastanza pronti.

E c’è una frase che forse racchiude tutto questo:

il problema del “prima o poi” è che non sappiamo mai quando il “poi” è già passato.

In modo diverso, è una zona emotiva che ritorna anche in Modalità bozza: le possibilità sospese, le strade non percorse, le vite che avrebbero potuto esistere.

Con una differenza.

Lì c’è una strada che non abbiamo preso.

Qui, qualche volta, siamo ancora fermi al bivio.

Senza di me: quando la paura impara a chiamarsi prudenza

La paura non arriva sempre facendo rumore.

Anzi.

Qualche volta è molto brava a sembrare ragionevole.

Dice:

Non è il momento.

Pensaci ancora.

Meglio aspettare.

Preparati di più.

E qualche volta potrebbe perfino avere ragione.

Non ogni rischio merita di essere corso.

Non ogni desiderio deve diventare immediatamente una decisione.

La prudenza esiste, ed è necessaria.

Ma c’è una domanda che vale la pena farsi ogni tanto:

sto scegliendo di aspettare oppure sto aspettando per non dover scegliere?

Nel testo la distanza tra le due cose è tutta in un verso:

Ho detto “non posso” più spesso di “voglio”,
ho chiamato prudenza la paura che ho.

Ci sono non posso veri.

E poi ci sono quei non posso che, guardati meglio, significano qualcos’altro:

potrei, ma non so cosa succederebbe dopo.

È un tema che incontra naturalmente anche Costava di meno, una canzone che racconta quanto possano costare, a distanza di tempo, alcune scelte apparentemente più semplici.

Perché proteggerci da tutto ciò che potrebbe farci male può avere una conseguenza meno evidente:

proteggerci anche da qualcosa che avrebbe potuto renderci felici.

Le domeniche non si possono mettere da parte

Con molte cose della vita funziona.

Se oggi non usiamo dei soldi, possiamo conservarli.

Se non apriamo una bottiglia, resta lì.

Se non mettiamo un vestito, possiamo indossarlo un’altra volta.

Forse è per questo che, senza rendercene conto, qualche volta trattiamo allo stesso modo anche il tempo.

Oggi non riesco a godermi questa giornata.

La recupererò.

Farò quel viaggio l’anno prossimo.

Passerò più tempo con quella persona quando lavorerò meno.

Riprenderò quella passione quando tutto sarà più tranquillo.

In Senza di me questa idea diventa:

Ho avuto domeniche ancora da spendere,
le tenevo da parte per un tempo migliore.
Ma il tempo non torna a lasciarsi riprendere,
e i giorni mai vissuti non fanno rumore.

Una domenica, però, non finisce in banca.

Non possiamo conservarla e ritirarla fra cinque anni.

Quando passa, passa.

Ed è forse l’ultimo verso quello che dice la cosa più difficile.

I giorni mai vissuti non fanno rumore.

Un bicchiere che cade si rompe.

Una porta che sbatte si sente.

Una persona che se ne va lascia uno spazio.

Un giorno, invece, può sparire nel modo più educato possibile.

Arriva la sera.

Poi arriva domani.

Tutto qui.

Senza di me e il tempo che passa senza avvertirci

Se la vita mettesse un’etichetta sulle ultime volte, probabilmente ci comporteremmo diversamente.

Ultima estate qui.

Ultima cena tutti insieme.

Ultima volta che tuo figlio ti prenderà la mano in questo modo.

Ultima telefonata.

Ultima volta che entrerai da quella porta.

Probabilmente fermeremmo tutto.

Guarderemmo meglio.

Ascolteremmo di più.

Cercheremmo di ricordare ogni dettaglio.

Ma non funziona così.

Le ultime volte hanno quasi sempre l’aspetto delle penultime.

E delle terzultime.

E di tutte quelle venute prima.

Sono giornate normali.

È soltanto dopo che acquistano un significato diverso.

È anche uno dei motivi per cui musica e memoria finiscono così spesso per intrecciarsi: alcune cose acquistano un peso diverso soltanto quando le ricordiamo da un punto successivo della nostra vita.

Nel bridge di Senza di me il tempo diventa quasi una persona:

Non c’era una sirena, non c’era un segnale,
nessuno mi ha detto: “sta andando via”.
Il tempo è educato, quasi normale,
ti porta via tutto ma con cortesia.

Il tempo è educato.

Non sfonda la porta.

Non urla.

Non ci strappa gli anni dalle mani.

Fa qualcosa di molto più semplice.

Arriva domani. Poi arriva un altro domani.

E a un certo punto quello che continuavamo a chiamare futuro ha cambiato nome.

Ora si chiama passato.

Forse è anche questo che rende il presente così difficile da riconoscere mentre lo viviamo: non ha ancora la nostalgia che avrà un giorno.

Aspettare di essere pronti

C’è una frase che possiamo ripeterci per anni:

lo farò quando sarò pronto.

Pronto per cambiare.

Pronto per ricominciare.

Pronto per dire quello che penso.

Pronto per mostrare qualcosa che ho creato.

Pronto per rischiare di sbagliare.

In Senza di me, aspettare di essere pronti diventa quasi un modo per rimandare l’inizio.

Ma cosa significa davvero essere pronti?

Non avere dubbi?

Non avere paura?

Sapere già come finirà?

Avere la certezza che andrà bene?

Se fosse questa la condizione, probabilmente cominceremmo pochissime delle cose più importanti della nostra vita.

Ci sono esperienze per le quali non possiamo prepararci fino in fondo.

Diventare genitori.

Amare qualcuno.

Lasciare qualcuno.

Cambiare strada.

Perdere.

Ricostruire.

Ricominciare.

Molte volte non diventiamo pronti e poi iniziamo.

Iniziamo.

E diventiamo un po’ più pronti strada facendo.

È qualcosa che ritorna, da un’altra prospettiva, anche in Da bambino pensavo: crescere non significa ricevere finalmente tutte le risposte che immaginavamo possedessero gli adulti. Significa imparare a scegliere anche quando qualcuna di quelle risposte manca.

Vivere è il frattempo: il cuore di Senza di me

C’è un punto di Senza di me che, per me, contiene il centro di tutto il brano:

Pensavo che vivere avesse un momento,
un giorno preciso, un segnale, un “via”.
Ho capito che vivere è proprio il frattempo,
che perdo aspettando che inizi la mia.

Il frattempo.

Una parola normalmente insignificante.

Quello che succede mentre aspettiamo qualcos’altro.

E invece forse una parte enorme della vita è proprio lì.

Quando finirà questo periodo.

Quando avrò sistemato questa cosa.

Quando i figli saranno più grandi.

Quando avrò più soldi.

Quando avrò meno lavoro.

Quando sarò finalmente tranquillo.

Viviamo per anni dentro periodi che continuiamo a considerare provvisori.

Come se fossero soltanto il corridoio che porta alla stanza vera.

Poi li mettiamo uno accanto all’altro.

E scopriamo che quel corridoio occupava metà della casa.

Forse la vita non è ciò che arriva dopo il frattempo.

Forse la vita è il frattempo.

Vivere il presente non significa mollare tutto

Non volevo che Senza di me diventasse il solito invito a “vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo”.

Non credo sia questo il punto.

Abbiamo responsabilità.

Persone delle quali occuparci.

Impegni.

Scelte che devono essere pensate.

Possiamo trascorrere una domenica senza fare niente.

Possiamo rimandare qualcosa.

Possiamo avere periodi nei quali arrivare a sera è già abbastanza.

La vita non deve essere continuamente memorabile per avere valore.

Il punto è un altro.

Accorgersi quando stiamo usando il futuro come una scusa.

Quando non stiamo aspettando perché ci serve davvero tempo.

Stiamo aspettando perché finché non decidiamo non possiamo sbagliare.

E nemmeno fallire.

Ma nemmeno scoprire cosa sarebbe successo.

Il significato di Senza di me

Il titolo potrebbe far pensare a una persona.

Qualcuno che se ne va.

Qualcuno che continua la propria vita senza di noi.

Ma Senza di me parla di un’assenza diversa.

Quella che può verificarsi mentre siamo ancora perfettamente presenti.

Ci alziamo.

Lavoriamo.

Rispondiamo.

Organizziamo.

Risolviamo.

Paghiamo.

Corriamo.

Arriviamo a sera.

Facciamo tutto quello che una vita contiene.

Eppure una parte di noi continua a pensare che la vita vera debba ancora iniziare.

Che ciò che stiamo vivendo sia preparazione.

Che più avanti esista una linea di partenza.

È per questo che nell’ultimo ritornello qualcosa cambia:

Ho rimandato così tanto la vita,
convinto che prima dovessi imparare.
Ma non era lei ad essersi smarrita:
ero io che aspettavo di essere pronto a iniziare.

Non era la vita ad essersi persa.

Ero io che la stavo aspettando nel posto sbagliato.

Guarda “Senza di me” su YouTube

Se vuoi ascoltare anche gli altri brani e leggere le storie da cui sono nati, trovi tutto nella Discografia di In3ccioSonoro.

E poi resta una domanda.

Non quella enorme del “sto vivendo abbastanza?”.

Una molto più piccola.

E forse più utile:

c’è qualcosa che sto continuando a rimandare solo perché mi sono convinto che avrò sicuramente tempo per farlo più avanti?

Il momento perfetto non arriva

È qui che Senza di me arriva alla sua conclusione più semplice: forse non esiste un momento in cui saremo definitivamente pronti.

Il momento perfetto non arriva.
Ma gli anni passati ad aspettarlo sì.

Il momento perfetto ha una caratteristica fantastica.

Non esistendo, non può deluderci.

Possiamo immaginarlo senza paura.

Senza problemi.

Senza imprevisti.

Con noi finalmente pronti, sicuri, risolti.

Gli anni, invece, hanno un comportamento molto meno romantico.

Arrivano davvero.

Uno dopo l’altro.

E non restituiscono quelli precedenti.

Questo non significa avere paura del tempo.

E nemmeno trasformare ogni giornata in una corsa contro l’orologio.

Significa forse accettare qualcosa di molto più semplice:

non avremo mai tutte le condizioni perfette contemporaneamente.

Ci sarà quasi sempre qualcosa fuori posto.

Una paura.

Un dubbio.

Un problema.

Una ragione per aspettare ancora.

E a un certo punto dobbiamo decidere se vogliamo aspettare che scompaia tutto ciò che ci impedisce di vivere…

oppure vivere anche mentre qualcosa è ancora fuori posto.

La vita non comincia

Forse passiamo anni aspettando qualcosa che assomigli all’inizio di un film.

Una svolta.

Una musica.

Un segnale.

Un prima e un dopo chiarissimi.

La sensazione netta di poter dire:

ecco. Adesso comincia.

Ma forse quel momento non arriva perché non deve arrivare.

Non siamo seduti prima della linea di partenza.

Siamo già dentro.

Anche oggi.

Anche in questa giornata normalissima.

Anche se qualcosa non è sistemato.

Anche se abbiamo paura.

Anche se non sappiamo esattamente dove stiamo andando.

Anche mentre aspettiamo.

Negli ultimi secondi di Senza di me la musica quasi scompare.

E rimangono poche parole.

La vita non comincia.

La vita succede.

Forse non dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo.

Dobbiamo soltanto ricordarci, ogni tanto, che non è una prova generale.

Non ci verrà consegnata più avanti una versione definitiva nella quale recuperare tutto ciò che oggi abbiamo lasciato in sospeso.

Questa è già quella vera.

Il momento perfetto può anche non arrivare.

Il presente, invece, è già qui.

E mentre aspettiamo che la vita cominci,

sta già succedendo.


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