La sfortuna non esiste è una frase che, presa alla lettera, non può essere vera.

Il caso esiste. Gli imprevisti esistono. Esistono giornate in cui facciamo tutto nel modo giusto e qualcosa va storto comunque. Ci sono incontri, occasioni perse e situazioni sulle quali non abbiamo alcun controllo.

Eppure ho scelto proprio questa frase come titolo di una canzone.

Non perché pensi che ognuno sia responsabile di tutto ciò che gli accade.

La domanda da cui sono partito è molto meno assoluta e, forse, anche più scomoda:

quante volte chiamiamo sfortuna qualcosa che racconta anche il modo in cui abbiamo scelto, reagito o interpretato ciò che ci è successo?

È lì che nasce La sfortuna non esiste.

Non come una negazione del caso.

Come un dubbio rivolto a noi stessi.

Quando una giornata storta diventa “capitano tutte a me”

La canzone comincia da cose piccole.

Giornate storte.

Semafori rossi.

Code.

Quella sensazione che tutto sembri incastrarsi nel modo peggiore possibile.

Nel testo dico:

Ho camminato dentro i giorni storti,
con le tasche piene di scuse e rimorsi.
Ogni semaforo rosso, ogni coda sbagliata,
gridavo al cielo: “che vita sfigata!”

Mi interessava partire proprio da lì perché è un meccanismo che conosco bene.

Quando troviamo tre semafori verdi di seguito difficilmente ci fermiamo a pensare quanto siamo fortunati.

Ne troviamo quattro rossi e può bastare per far partire quel pensiero:

Naturalmente.

Sempre a me.

Il semaforo non ce l’ha con noi.

Ma quando qualcosa ci pesa già addosso, anche un contrattempo insignificante può sembrare la conferma di una storia molto più grande.

Sono sfortunato.

Ed è interessante il passaggio che avviene quasi senza accorgercene.

All’inizio stiamo descrivendo qualcosa che è successo.

Poi cominciamo a descrivere noi stessi.

La sfortuna come storia che ci raccontiamo

Nel testo c’è una frase che rende evidente questo cambio di prospettiva:

Ma poi ho capito, guardando più in là,
che non c’è una nuvola che mi segue qua.

Quella nuvola mi piace perché rappresenta bene l’idea attorno a cui gira tutto il brano.

Quando le cose vanno male, a volte sembra davvero che qualcosa ci segua.

Il destino.

La sfiga.

Il periodo nero.

Una specie di forza invisibile che continua a scegliere proprio noi.

È una spiegazione che può perfino rassicurare.

Perché se tutto dipende dalla nuvola, noi possiamo restare fuori dall’equazione.

Non dobbiamo chiederci cosa abbiamo scelto.

Cosa abbiamo rimandato.

Cosa avremmo potuto vedere prima.

Dove abbiamo avuto paura.

E soprattutto cosa possiamo ancora fare.

Naturalmente ci sono situazioni nelle quali non avremmo potuto fare niente di diverso.

Ma ce ne sono altre nelle quali la parola sfortuna diventa un modo molto elegante per evitare una domanda più difficile.

“Sono io il timoniere, io il capitano”

Subito dopo quella nuvola arriva uno dei passaggi centrali della canzone:

Sono io il timoniere, io il capitano,
non esiste fantasma, solo la mia mano.

Non significa che possiamo comandare il mare.

Non possiamo decidere se arriverà una tempesta.

Non possiamo controllare il vento, gli altri, gli imprevisti o tutto ciò che incontreremo lungo la strada.

Ma essere al timone significa un’altra cosa.

Significa che, finché possiamo, una direzione dobbiamo comunque sceglierla.

È lo stesso passaggio che, da un’altra prospettiva, attraversa Da bambino pensavo: nessuno ci consegna davvero la mappa che immaginavamo avessero gli adulti.

Questa distinzione per me è importante.

Perché non credo nella retorica secondo cui se vuoi davvero qualcosa, puoi ottenerla.

Non funziona così.

Possiamo impegnarci e fallire.

Possiamo scegliere bene e perdere comunque.

Possiamo fare tutto ciò che era nelle nostre possibilità e ritrovarci lo stesso davanti a qualcosa che non avevamo previsto.

Ma questo non rende irrilevanti le nostre scelte.

Significa soltanto riconoscere il confine tra ciò che possiamo governare e ciò che dobbiamo attraversare.

Perché “La sfortuna non esiste” è diventata una canzone

La storia di questo brano è particolare perché l’idea esisteva molto prima della musica.

Anni fa avevo scritto sul mio vecchio blog UpgradeYourMind un articolo dedicato proprio alla sfortuna e al modo in cui utilizziamo questa parola per spiegare ciò che ci succede.

Molto tempo dopo sono tornato su quel testo.

Il blog apparteneva a un altro periodo della mia vita e anche il mio modo di scrivere era diverso.

Eppure quella domanda era rimasta lì.

Ancora viva.

Non volevo però limitarmi a riscrivere lo stesso pensiero.

Volevo vedere cosa sarebbe successo trasformandolo in una canzone.

E soprattutto non volevo farne una predica.

Perché parlare di responsabilità, coraggio, errori e destino può diventare pesantissimo nel giro di tre righe.

Così ho scelto quasi il contrario.

Jazz.

Swing.

Un tono teatrale.

Una canzone che potesse prendere sul serio la domanda senza prendere troppo sul serio se stessa.

Ascolta “La sfortuna non esiste”

La sfortuna non esiste parte quindi da un’affermazione volutamente eccessiva per parlare del confine tra ciò che ci capita e ciò che possiamo ancora decidere.

Il pensiero distorto non cambia i fatti, cambia il modo in cui li leggiamo

A un certo punto il testo dice:

Ti sei mai chiesto perché va tutto storto?
Magari è solo il pensiero distorto.
Il cervello filtra ciò che vuoi pensare,
e se cerchi la sfiga… ti verrà a cercare.

Non volevo dire che basta pensare positivo perché le cose comincino magicamente ad andare bene.

Anzi.

È proprio una lettura che non mi appartiene.

Il senso di quelle parole è un altro: quello che ci aspettiamo influenza anche ciò a cui prestiamo attenzione.

Se siamo convinti che vada sempre tutto male, ogni ostacolo diventa importante.

Ogni errore resta impresso.

Ogni contrattempo sembra confermare qualcosa che avevamo già deciso.

Tutto quello che invece procede normalmente tende a fare molto meno rumore.

La canzone porta questa idea all’estremo, quasi per prenderla in giro.

La sfortuna finisce così per diventare qualcosa che cerchiamo dappertutto e che, inevitabilmente, riusciamo sempre a trovare.

Non perché ce la siamo inventata.

Ma perché abbiamo cominciato a guardare tutto attraverso quella lente.

Responsabilità non significa colpa

Questa è la parte sulla quale non vorrei essere frainteso.

Dire che possiamo avere una responsabilità dentro ciò che ci accade non significa dire che tutto è colpa nostra.

Sono due cose completamente diverse.

Ci sono persone che ci feriscono senza che ce lo siamo meritato.

Ci sono eventi che non avremmo potuto prevedere.

Ci sono possibilità che non abbiamo mai avuto.

Ci sono errori degli altri le cui conseguenze finiscono anche addosso a noi.

E ci sono sconfitte che arrivano nonostante l’impegno.

Per questo non credo sia sempre utile chiedersi:

Dove ho sbagliato?

A volte la risposta è: da nessuna parte.

La domanda che mi interessa di più è:

da questo punto in avanti, c’è qualcosa che dipende ancora da me?

Può essere una scelta.

Un limite da mettere.

Una direzione da cambiare.

Oppure semplicemente il modo in cui decidiamo di convivere con qualcosa che ormai non possiamo modificare.

È un tema che ritorna anche in Perfetta Imperfezione: non cancellare le crepe, ma riconoscere che anche ciò che non avremmo scelto finisce per entrare nella nostra storia.

“Homo faber fortunae suae”

Nel brano arriva poi una frase latina:

Homo faber fortunae suae.

L’uomo è artefice della propria sorte.

Presa alla lettera è troppo assoluta.

Non siamo gli unici autori di ciò che ci succede.

Partiamo da condizioni diverse, incontriamo persone diverse, abbiamo possibilità diverse e possiamo essere travolti da eventi che nessuna decisione avrebbe potuto evitare.

Ma quella frase contiene comunque una provocazione che mi interessava.

Subito dopo, infatti, il testo dice:

È più facile dar la colpa alla sorte
che affrontare se stessi e bussare a nuove porte.

Ed è qui che, secondo me, la canzone scopre davvero le carte.

Il problema non è credere o non credere nella fortuna.

Il problema è capire quando la sorte è una spiegazione e quando diventa un alibi.

Perché alcune porte non si sono aperte.

Ma altre non le abbiamo mai bussate.

E non è sempre facile riconoscere la differenza.

Restare in panchina oppure entrare in campo

C’è un’altra immagine del testo a cui tengo:

La sfortuna è una favola stanca,
che raccontiamo per tenerci in panchina.

È volutamente esagerata.

Ma mi piace perché sposta il discorso dalla teoria a qualcosa di molto concreto.

Restare in panchina è più sicuro.

Finché non entriamo in campo possiamo continuare a immaginare come sarebbe andata.

Possiamo dare la colpa al momento sbagliato.

Alla mancanza di occasioni.

Alla sfortuna.

Entrare significa invece accettare una possibilità molto meno comoda:

potremmo fallire anche dopo averci provato davvero.

Ed è lì che il fallimento cambia significato.

Non diventa automaticamente qualcosa di bello.

Non necessariamente ci rende più forti.

Ma almeno appartiene a una vita che abbiamo provato a vivere, non soltanto a una possibilità che abbiamo osservato da lontano.

“La sfortuna non esiste” su YouTube

Perché proprio jazz e swing

È anche per questo che non avrei voluto vestire queste parole con una musica solenne.

Il testo contiene frasi molto nette.

La sfortuna non esiste.

Sono io il timoniere.

L’uomo è artefice della propria sorte.

Con un arrangiamento troppo serio sarebbero potute diventare sentenze.

Lo swing, il jazz e quella componente quasi teatrale fanno invece qualcosa che mi piace molto di più.

Mettono un piccolo sorriso dentro una domanda seria.

È come ascoltare qualcuno che ha passato metà serata a raccontare quanto il mondo ce l’abbia con lui e che, a un certo punto, mentre continua a parlare, comincia a rendersi conto di quanto suoni assurdo.

La musica accompagna proprio quel passaggio.

Non cancella quello che è successo.

Cambia il modo di raccontarlo.

Da un vecchio articolo a una canzone

Trovo curioso che La sfortuna non esiste abbia fatto quasi il percorso inverso rispetto a molti altri brani di In3ccioSonoro.

Spesso nasce prima una canzone.

Poi torno sulle parole, provo a capire da dove siano arrivate e attraverso il sito finisco per esplorare ciò che c’era dietro.

Qui invece il pensiero esisteva già.

Era rimasto per anni dentro un articolo.

Poi ha cambiato forma.

È diventato ritmo.

Ritornello.

Immagini.

Una voce che prima si lamenta, poi si interroga e infine prova a riprendere in mano qualcosa.

La stessa idea non è rimasta identica.

La musica l’ha spostata.

Le ha dato ironia.

Le ha tolto una parte della spiegazione.

E le ha dato qualcosa che un articolo difficilmente può avere: la possibilità di entrare in testa attraverso un ritornello prima ancora che decidiamo se siamo d’accordo oppure no.

Se vuoi ascoltare gli altri brani e scoprire le storie da cui sono nati, trovi tutte le pubblicazioni nella Discografia di In3ccioSonoro.

La sfortuna non esiste davvero?

No.

O almeno, non è questo che voglio sostenere.

La sfortuna esiste.

Il caso esiste.

Ci sono cose che ci arrivano addosso senza chiederci il permesso e altre che non avremmo potuto evitare neppure prendendo decisioni diverse.

Ma il titolo della canzone non vuole essere una teoria.

Vuole essere una provocazione.

Perché nemmeno la sfortuna può spiegare tutto.

Qualche volta abbiamo scelto male.

Qualche volta abbiamo aspettato troppo.

Qualche volta abbiamo lasciato che fosse la paura a scegliere per noi.

Qualche volta non abbiamo bussato.

E qualche altra volta, invece, abbiamo fatto tutto ciò che potevamo e non è bastato.

Capire la differenza è molto più importante che stabilire se siamo persone fortunate o sfortunate.

Perché nel primo caso possiamo ancora imparare qualcosa.

Nel secondo possiamo smettere di cercare dentro di noi una colpa che non esiste.

Il vero significato di “La sfortuna non esiste”

Il finale della canzone dice:

La sfortuna è un nome che diamo al rumore,
quando il coraggio si spegne nel cuore.
La sfortuna è un’eco che mente da sola,
io riscrivo il silenzio… e divento parola.

Ed è probabilmente qui che ritrovo meglio il significato di tutto il brano.

All’inizio c’era qualcuno che gridava al cielo perché la vita sembrava avercela con lui.

Alla fine c’è qualcuno che prova a riprendersi la propria voce.

Non è diventato invulnerabile.

Non ha sconfitto il caso.

Non ha trovato una formula per far andare tutto bene.

Ha semplicemente smesso di considerarsi uno spettatore di ciò che gli accade.

Forse è questo il senso più vero del titolo.

Il contrario della sfortuna non è necessariamente la fortuna.

A volte è soltanto riuscire a distinguere ciò che non potevamo scegliere da ciò che possiamo ancora scegliere adesso.

Non possiamo decidere tutte le carte che ci arrivano.

Ma possiamo ancora provare a capire quali vogliamo giocare.



2 risposte a “La sfortuna non esiste: significato della canzone tra caso e scelte”

  1. Avatar Gio'
    Gio’

    Particolarissima questa canzone! Sound incredibile.
    Bravissimo.

    1. Avatar In3ccioSonoro

      Grazie mille Gio’! 😊 Mi fa davvero piacere sapere che ti sia arrivata così.
      Anche per me è stata una piccola scommessa: un sound jazz fuori dal mio solito stile, ma che in questo caso mi sembrava perfetto per raccontare il tema con leggerezza ed ironia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *