Spotify e musica AI stanno entrando in una fase nuova. Il punto non è più soltanto capire se in una canzone sia stata utilizzata l’intelligenza artificiale, ma sapere come è stata utilizzata, dove è intervenuta e chi c’è davvero dietro quella musica.
Per chi usa questi strumenti, però, rimane una domanda ancora più personale:
quanto deve esserci di umano perché una canzone possa ancora essere considerata tua?
È una domanda che mi riguarda direttamente.
In In3ccioSonoro utilizzo strumenti di intelligenza artificiale all’interno del processo musicale e ho scelto di non nasconderlo.
Non perché pensi che utilizzare l’IA renda automaticamente una canzone migliore o peggiore.
Ma perché dividere tutto in due categorie — musica umana da una parte, musica AI dall’altra — racconta sempre meno ciò che sta realmente succedendo.
L’intelligenza artificiale può intervenire nel testo, nella voce, negli strumenti o nella produzione. Può essere utilizzata da una persona che dirige ogni scelta del proprio progetto oppure può diventare parte di un’identità artistica completamente artificiale.
Può servire a creare.
Oppure può servire a ingannare.
Ed è proprio questa distinzione che rende interessante osservare la direzione presa da Spotify.
Spotify vieta la musica AI? No: il punto è come viene usata
Spotify non vieta una canzone semplicemente perché nella sua realizzazione è stata utilizzata l’intelligenza artificiale.
La piattaforma dichiara di voler lasciare agli artisti la libertà di utilizzare questi strumenti nel proprio processo creativo, intervenendo invece contro spam, impersonificazione e pratiche ingannevoli. Spotify specifica inoltre che gli artisti che utilizzano responsabilmente strumenti IA possono essere idonei al nuovo badge Verified by Spotify, purché si presentino con un’identità autentica.
Questa distinzione è importante.
Utilizzare uno strumento generativo per contribuire alla realizzazione di una canzone non è necessariamente la stessa cosa che produrre enormi quantità di brani senza una reale identità artistica alle spalle.
Allo stesso modo, utilizzare una voce sintetica per un proprio progetto non equivale a clonare senza autorizzazione la voce di una persona reale per far credere che abbia cantato qualcosa che non ha mai cantato.
La tecnologia può essere simile.
Quello che cambia è ciò che decidiamo di farne.
È un modo di guardare alla musica generata con intelligenza artificiale che trovo più utile della semplice contrapposizione tra AI sì e AI no.
Verified by Spotify: conta chi c’è dietro l’artista
Nel 2026 Spotify ha introdotto Verified by Spotify, un nuovo badge pensato per segnalare agli ascoltatori artisti che soddisfano determinati criteri di autenticità e affidabilità.
Vale la pena chiarire una cosa, perché il nome può creare confusione.
Il vecchio segno di spunta che indicava semplicemente che un profilo era stato rivendicato e gestito attraverso Spotify for Artists sta diventando Artista registrato. Verified by Spotify è un livello diverso: riguarda l’attività reale del pubblico, il rispetto delle regole della piattaforma e la presenza di segnali che permettano di riconoscere un artista identificabile dietro il profilo.
E soprattutto:
Verified by Spotify non significa “questa musica è stata creata senza intelligenza artificiale”.
Spotify lo chiarisce esplicitamente.
Un artista può utilizzare responsabilmente strumenti IA nel proprio processo creativo e risultare comunque idoneo alla verifica, se presenta sé stesso e il proprio progetto in maniera autentica. Al contrario, i profili che rappresentano principalmente artisti generati dall’IA o AI Persona non sono attualmente idonei alla verifica.
Questo sposta parecchio il significato della parola autenticità.
Al centro non c’è soltanto lo strumento utilizzato per produrre una canzone.
C’è anche chi si assume la responsabilità di ciò che viene pubblicato.
Chi sceglie cosa raccontare.
Cosa tenere.
Cosa eliminare.
Che identità mostrare al pubblico.
Utilizzare l’intelligenza artificiale non trasforma automaticamente una persona in un artista artificiale.
Ed è proprio qui che entra un’altra distinzione introdotta da Spotify.
AI Persona: quando artificiale è anche l’identità dell’artista
Spotify ha iniziato a separare il modo in cui una canzone viene prodotta dall’identità pubblica di chi la pubblica.
Il badge AI Persona riguarda proprio quest’ultimo aspetto.
Un’AI Persona è, nella definizione di Spotify, un artista la cui identità pubblica rappresenta una persona fotorealistica generata con l’intelligenza artificiale. Gli artisti possono dichiararlo direttamente attraverso Spotify for Artists; Spotify può inoltre identificare alcuni profili come Likely AI Persona dopo una revisione. I badge inizieranno a essere mostrati agli ascoltatori a partire dall’autunno 2026.
Questa distinzione mi sembra particolarmente importante.
Perché una cosa è utilizzare l’intelligenza artificiale all’interno di un processo creativo.
Un’altra è che sia artificiale anche la persona che il pubblico pensa di avere davanti.
Spotify specifica infatti che il badge AI Persona riguarda l’identità pubblica dell’artista, non il modo in cui la sua musica è stata realizzata. Per quest’ultimo aspetto esiste un sistema diverso: i crediti IA.
Sono due informazioni diverse.
E tenerle separate permette finalmente di evitare un equivoco che ha accompagnato a lungo la discussione sulla musica AI.
Una persona reale può scrivere, scegliere, correggere, dirigere un progetto e utilizzare anche strumenti generativi.
Un progetto diverso può invece avere un volto, un’identità e una presenza pubblica generati artificialmente.
Non serve decidere che una delle due possibilità sia automaticamente migliore.
Serve però sapere quale delle due abbiamo davanti.
Crediti IA Spotify: dove è stata usata l’intelligenza artificiale
Un altro passaggio importante riguarda i crediti IA di Spotify.
Qui l’approccio diventa ancora più preciso.
Spotify non applica semplicemente un’etichetta generale al brano dicendo:
questa è una canzone AI.
I crediti possono mostrare invece quale parte specifica di un brano è stata generata utilizzando l’intelligenza artificiale.
Cosa possono indicare i crediti IA
I contributi possono riguardare, per esempio:
- il testo;
- le parti vocali;
- le performance strumentali;
- la produzione.
Se nello stesso ruolo convivono un contributo umano e uno generato con l’IA, Spotify permette di accreditarli separatamente.
È una granularità che racconta molto meglio il modo in cui oggi può nascere una canzone.
Un testo può essere scritto interamente da una persona mentre parte della produzione utilizza strumenti generativi.
Una componente strumentale può nascere con l’IA e poi essere modificata.
Una voce può avere una provenienza diversa dalle parole che sta cantando.
Dentro lo stesso brano possono convivere decisioni, interventi e strumenti molto diversi.
Per questo la domanda:
“Hai utilizzato l’intelligenza artificiale?”
da sola comincia a dire poco.
La domanda più interessante diventa:
“Come l’hai utilizzata?”
Cosa non significano i crediti IA
I crediti IA Spotify non sono però un certificato capace di stabilire automaticamente se una canzone sia “umana” oppure “AI”.
Il sistema è ancora in beta, è attualmente visibile agli ascoltatori su mobile e può essere alimentato tramite i distributori che supportano questa funzione. Inoltre la dichiarazione è facoltativa.
C’è soprattutto un particolare importante:
l’assenza di crediti IA non significa che l’intelligenza artificiale non sia stata utilizzata.
È Spotify stesso a precisarlo.
Questo significa che i crediti non devono essere interpretati come un bollino di purezza.
Servono a fornire più informazioni.
Ed è probabilmente questa la direzione più utile: non cercare di ridurre ogni canzone a un sì o a un no, ma rendere più trasparente il modo in cui è stata realizzata.
Spotify e musica AI: spam, clonazioni e impersonificazione
Quando si parla di Spotify e musica AI, il discorso cambia molto quando l’intelligenza artificiale smette di essere uno strumento creativo e viene utilizzata per confondere, impersonare o manipolare.
È su questo terreno che Spotify ha adottato una posizione molto più netta.
Clonare la voce di un artista senza permesso
Gli strumenti generativi permettono ormai di imitare in maniera estremamente credibile la voce di una persona.
Ma creare una voce sintetica per un proprio progetto e utilizzare la voce di un artista reale per far credere che abbia partecipato a una canzone sono due situazioni profondamente diverse.
Spotify stabilisce che l’impersonificazione vocale è consentita soltanto quando l’artista imitato ne ha autorizzato l’utilizzo.
Per me il confine qui è abbastanza semplice.
Utilizzare uno strumento non significa avere il diritto di appropriarsi dell’identità di qualcun altro.
Non è nemmeno una questione di essere favorevoli o contrari alla musica AI.
È una questione di consenso.
Il problema dello spam musicale
C’è poi un altro effetto dell’intelligenza artificiale generativa: la quantità.
Produrre grandi volumi di musica è diventato molto più semplice e veloce.
Questo apre possibilità creative che prima non esistevano, ma rende anche più facile riempire le piattaforme di caricamenti massivi, duplicati e contenuti creati con lo scopo principale di occupare spazio o manipolare i sistemi.
Spotify ha indicato proprio caricamenti massivi, duplicati e altre tecniche di spam tra i comportamenti contro cui sta intervenendo e ha introdotto un sistema specifico per individuare questi contenuti e limitarne la raccomandazione.
Ed è qui che trovo particolarmente debole l’etichetta generica artista AI.
Una persona può utilizzare strumenti di intelligenza artificiale e lavorare per giorni sulla stessa canzone.
Un’altra può generare centinaia di file in poche ore con pochissime decisioni individuali.
Dire soltanto che entrambe hanno “usato l’AI” non ci racconta quasi niente del loro processo.
Cosa cambia per un artista indipendente
Per un artista indipendente l’intelligenza artificiale apre possibilità enormi.
Non tutti hanno una band.
Non tutti hanno uno studio.
Non tutti possono permettersi musicisti, arrangiatori, produttori e tecnici ogni volta che nasce un’idea.
La tecnologia può ridurre drasticamente la distanza tra avere qualcosa in testa e riuscire finalmente ad ascoltarlo.
Ma c’è anche un paradosso.
Più diventa semplice produrre qualcosa che suoni come una canzone, meno quello basta per distinguersi.
Rimane difficile avere qualcosa da raccontare.
Capire da dove partire.
Scegliere.
Cambiare idea.
Eliminare una parte che tecnicamente funziona perché non appartiene davvero alla storia.
È anche il centro del mio modo di scrivere canzoni.
La tecnologia può rendere molto più facile arrivare a un file audio.
Non rende automaticamente più facile arrivare a una canzone.
Per me la differenza è ancora tutta lì.
Come utilizzo l’intelligenza artificiale in In3ccioSonoro
Nel mio caso questo discorso non è teorico.
In In3ccioSonoro utilizzo l’intelligenza artificiale.
Ma una canzone non comincia quando apro uno strumento generativo.
Di solito esiste già qualcosa che voglio raccontare.
Può essere una situazione vissuta, una frase che continua a tornare, un rapporto tra persone, un ricordo o un dettaglio apparentemente insignificante che, per qualche motivo, continua a chiedere attenzione.
Da lì parte la scrittura.
Poi il processo diventa molto meno lineare di quanto possa apparire dall’esterno.
Cambio parole.
Taglio parti.
Torno indietro.
Scarto versioni musicalmente riuscite perché non mi restituiscono ciò che stavo cercando.
A volte una frase funziona perfettamente sulla carta ma, quando la sento dentro il brano, capisco che non mi rappresenta.
Altre volte una soluzione che inizialmente avevo escluso diventa quella giusta.
L’intelligenza artificiale entra dentro questo processo come uno degli strumenti che mi permettono di trasformare quella direzione in musica, ascoltarla, giudicarla e continuare a modificarla.
Non considero questa una cosa da nascondere.
E non credo nemmeno di dover convincere qualcuno che debba necessariamente piacergli.
Ho raccontato più approfonditamente perché dichiaro apertamente l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella mia musica e, in un altro articolo, come utilizzo l’AI nella scrittura musicale e nel processo creativo.
Le canzoni nate attraverso questo processo sono raccolte nella discografia di In3ccioSonoro.
Per me la trasparenza serve soprattutto a questo:
permettere a chi ascolta di sapere quale processo c’è dietro quello che sta sentendo.
Poi ciascuno può decidere liberamente quale valore attribuirgli.
Autenticità e musica AI: non significa assenza di tecnologia
Credo che una delle parole più difficili da utilizzare in questo discorso sia autenticità.
Spesso la trattiamo quasi come il contrario della tecnologia.
Più strumenti intervengono, meno qualcosa sarebbe autentico.
Ma non sono convinto che funzioni così.
Una canzone può essere registrata interamente da persone e raccontare qualcosa nel quale chi l’ha realizzata non si riconosce affatto.
Un’altra può utilizzare strumenti digitali molto avanzati e partire da un’esperienza personale estremamente precisa.
La tecnologia, da sola, non riesce a risolvere questa differenza.
Per me l’autenticità riguarda soprattutto la distanza tra ciò che mostro e ciò che sto realmente facendo.
Se utilizzo l’intelligenza artificiale e provo a far credere che il processo sia completamente diverso, quella distanza aumenta.
Se dico apertamente quali strumenti fanno parte del progetto, rimane una domanda molto più difficile:
quello che ho creato riesce davvero a raccontare qualcosa che riconosco come mio?
È una domanda che nessun badge può risolvere.
E forse è giusto che sia così.
Spotify e musica AI: la domanda che rimane
Per anni la domanda è stata:
una macchina può creare musica?
Dal punto di vista tecnico, ormai conosciamo buona parte della risposta.
L’intelligenza artificiale può generare testi, voci, parti strumentali, arrangiamenti e produzioni.
La domanda che trovo molto più interessante oggi è:
quando diventa semplice generare qualcosa, che cosa rende quel qualcosa davvero tuo?
Le scelte recenti di Spotify sembrano almeno provare a descrivere meglio questa complessità.
Verified by Spotify cerca di dare informazioni su chi esiste dietro un profilo e sulla sua autenticità.
Le AI Persona distinguono i casi in cui artificiale è anche l’identità pubblica dell’artista.
I crediti IA permettono di indicare dove la tecnologia è intervenuta all’interno di una singola canzone.
Le regole contro spam e impersonificazione cercano invece di separare l’utilizzo creativo di uno strumento dal tentativo di ingannare chi ascolta.
È un sistema ancora in evoluzione.
E sarebbe strano pensare che la discussione finisca qui.
Ma trovo interessante che stia diventando meno binaria.
Perché nemmeno il mio rapporto con l’intelligenza artificiale lo è.
L’IA può aiutarmi a costruire il suono di una canzone.
Può permettermi di provare strade che, da solo, non avrei gli strumenti per esplorare.
Può trasformare un’idea in qualcosa che posso finalmente ascoltare, giudicare e cambiare.
Ma non possiede il ricordo da cui sono partito.
Non sa perché una determinata frase mi convince mentre un’altra, magari più efficace, continua a sembrarmi sbagliata.
E non può stabilire al posto mio perché proprio quella storia meritava di diventare una canzone.
Almeno per me, è ancora lì che passa la differenza più importante.
In3ccioSonoro nasce dal bisogno di dare forma a quello che spesso resta dentro.
Marco Cammilli scrive canzoni partendo da ricordi, relazioni, errori, assenze e piccoli momenti che sembrano insignificanti finché non diventano una storia.
Qui racconta anche ciò che resta fuori dai tre minuti di una canzone.





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