Prima di un bacio ci sono pochi secondi in cui la distanza tra due persone smette di essere soltanto spazio.
La senti.
Non perché qualcuno abbia già deciso cosa succederà.
Proprio perché non è ancora successo niente.
Uno sguardo dura appena più del necessario.
La conversazione rallenta.
Ti accorgi di quanto l’altra persona sia vicina.
Magari nessuno si muove, oppure entrambi lo fanno così poco che sarebbe impossibile dire chi abbia iniziato.
È l’attimo prima di un bacio.
Un momento minuscolo nel quale possono convivere desiderio e dubbio, attrazione e attenzione, la voglia di avvicinarsi e quella di capire se anche l’altro vuole la stessa cosa.
Un secondo dopo potrebbe esserci un bacio.
Oppure no.
Ed è proprio questo a renderlo così intenso.
Prima di un bacio non c’è ancora una risposta.
Ci sono due persone che stanno cercando di capire se la domanda è la stessa.
Cosa succede prima di un bacio
Non serve che accada qualcosa di spettacolare.
Spesso succede quasi il contrario.
Il resto sembra diventare meno importante.
Cominci a fare attenzione a dettagli che fino a poco prima non avresti nemmeno notato.
La distanza.
Lo sguardo.
Una pausa nella conversazione.
Il modo in cui l’altra persona rimane lì invece di allontanarsi.
Non significa che esista una sequenza precisa.
Non c’è un copione universale del momento prima di un bacio.
C’è chi sorride.
Chi abbassa gli occhi.
Chi continua a parlare perché fermarsi renderebbe troppo evidente ciò che sta sentendo.
Chi si avvicina.
Chi aspetta.
E c’è anche chi, proprio in quell’istante, si accorge di non voler andare oltre.
Tutte queste possibilità appartengono allo stesso momento.
È per questo che non mi piace pensare al prima come a una semplice anticamera del bacio.
Non esiste soltanto perché deve portarci da qualche parte.
Ha una tensione propria.
Per qualche secondo ciò che potrebbe succedere conta quasi quanto ciò che succederà davvero.
Perché l’attesa può essere più intensa del gesto
Una volta che il bacio arriva, qualcosa cambia.
Non necessariamente in meglio o in peggio.
Semplicemente, una possibilità diventa un fatto.
Prima, invece, il futuro è ancora aperto.
Potrebbe succedere.
Potrebbe non succedere.
Potresti avvicinarti e scoprire che l’altra persona stava aspettando proprio quello.
Potresti fermarti.
Potrebbe fermarsi lei.
Potreste ridere perché improvvisamente entrambi avete capito perfettamente cosa stava accadendo.
È questa apertura a rendere l’attesa così particolare.
Non sai ancora quale versione di quei pochi secondi ricorderai domani.
Quella immediatamente precedente al primo bacio?
Quella di un’occasione rimasta sospesa?
Quella di un momento nel quale hai capito che c’era attrazione, ma non abbastanza certezza per trasformarla in un gesto?
Quando qualcosa non è ancora successo, tutte queste storie esistono contemporaneamente.
Poi ne rimarrà soltanto una.
Forse è per questo che alcuni istanti sembrano dilatarsi.
Non durano davvero di più.
È che, dentro, contengono ancora troppe possibilità.
Quando la distanza diventa qualcosa che senti
Normalmente non pensiamo ai centimetri che ci separano dalle persone.
Stiamo parlando.
Camminando.
Seduti uno accanto all’altro.
Poi arriva qualcuno e quella stessa distanza cambia significato.
Non hai bisogno di misurarla.
Te ne accorgi.
Un volto è più vicino.
Una mano è lì.
Uno spostamento piccolissimo sembra improvvisamente enorme.
È uno degli aspetti che mi interessano di più di questo momento: non cambia necessariamente ciò che c’è intorno. Cambia l’attenzione che gli stiamo dando.
Ed è molto vicino a ciò che succede quando nasce un’attrazione tra due persone.
Ma sono due momenti diversi.
L’attrazione può esistere molto prima.
Può durare giorni, mesi, perfino senza essere mai dichiarata.
Prima di un bacio, invece, quella possibilità diventa improvvisamente concreta.
Non stai più pensando soltanto:
mi piace questa persona.
Per qualche secondo inizi a chiederti:
cosa sta succedendo tra noi proprio adesso?
Uno sguardo non è ancora una risposta
È facile romanticizzare questo momento.
Dire che “gli occhi parlano”.
Che “il corpo sa”.
Che quando c’è chimica non servono parole.
Sono immagini belle.
Ma nella vita reale uno sguardo rimane uno sguardo.
Una vicinanza non è automaticamente un invito.
Il fatto che io desideri un bacio non mi dice ancora che anche l’altra persona lo desideri.
Ed è proprio questo, secondo me, a rendere il momento interessante invece che meno romantico.
L’altro non è il finale della scena che abbiamo immaginato nella nostra testa.
È una persona.
Con il proprio desiderio.
Il proprio tempo.
Le proprie esitazioni.
La possibilità di avvicinarsi oppure di non farlo.
A volte la reciprocità è molto chiara.
Altre volte meno.
E quando non lo è, fermarsi qualche secondo in più non rovina niente.
Può essere esattamente il contrario.
Significa lasciare abbastanza spazio perché ciò che sta succedendo appartenga davvero a entrambi.
Non serve trasformare tutto in un interrogatorio.
Ma nemmeno convincersi che l’intensità del momento ci permetta di decidere al posto dell’altro.
Forse una delle cose più belle che possono esistere prima di un bacio è proprio questa:
sentire il desiderio senza avere bisogno di trasformarlo immediatamente in un diritto.
Fermarsi non significa necessariamente avere paura
Nel vecchio modo in cui pensavo a questo momento tendevo a dare molto valore al fermarsi.
Come se non andare oltre fosse necessariamente una forma di consapevolezza.
Oggi non ne sono così sicuro.
A volte ci fermiamo perché vogliamo assaporare l’attesa.
A volte perché abbiamo bisogno di capire meglio cosa sta succedendo.
A volte perché siamo emozionati.
A volte perché abbiamo paura.
E qualche volta perché, semplicemente, non vogliamo essere baciati.
Non c’è bisogno di rendere nobile ogni esitazione.
E nemmeno di considerarla automaticamente un problema da superare.
Può essere soltanto un’informazione.
Un altro secondo.
Un piccolo passo indietro.
Uno sguardo che chiede un po’ più di tempo.
La cosa importante non è riuscire a interpretare perfettamente ogni gesto.
È essere abbastanza presenti da accorgersi che lì ci sono due persone e non una sola volontà.
Questo è anche ciò che trovo prezioso nelle relazioni autentiche, quando diventano spazi davvero abitabili.
Essere vicini non dovrebbe significare occupare tutto lo spazio.
A volte la vicinanza diventa più vera proprio quando riesce a lasciarne un po’.
È lo stesso tipo di presenza che attraversa Tre minuti di noi: due persone condividono uno spazio di fiducia e vicinanza senza trasformarlo subito in una promessa sul dopo.
Il bacio che non arriva può restare comunque
Non tutti i momenti prima di un bacio finiscono con un bacio.
Ed è forse questa la parte che continua ad affascinarmi di più.
Perché alcune scene che non hanno avuto un seguito riescono comunque a rimanere nella memoria.
Due persone vicinissime.
Una possibilità evidente.
Poi qualcosa cambia.
Il momento passa.
Forse qualcuno si ferma.
Forse non era il momento.
Forse nessuno dei due trova il coraggio.
O magari quello che uno aveva percepito non esisteva nello stesso modo dall’altra parte.
Non credo che questo renda automaticamente quel momento più bello.
E nemmeno più puro.
Qualche volta un bacio mancato rimane proprio perché è rimasto irrisolto.
La mente torna facilmente alle cose che non hanno avuto una risposta.
E se…?
Che cosa sarebbe successo?
L’aveva sentito anche lei?
Perché non l’ho fatto?
Oppure:
meno male che ci siamo fermati.
Anche questo può esistere.
Il passato non ci restituisce una sola lettura.
E forse il valore di quel momento non dipende dal fatto che avrebbe dovuto diventare qualcosa.
Può essere stato semplicemente un punto in cui, per pochi secondi, abbiamo sentito molto chiaramente che qualcosa era possibile.
Poi la vita ha scelto un’altra direzione.
Non tutto ciò che è intenso deve diventare una storia
Quando un momento ci colpisce tendiamo quasi subito a chiedergli cosa significhi.
Se c’è stato quel quasi-bacio, allora c’è qualcosa?
Diventerà una relazione?
Ci rivedremo?
Era l’inizio?
Ma l’intensità non è sempre una previsione.
Può esserci un momento bellissimo con una persona con cui non costruiremo niente.
Può esserci un bacio straordinario seguito da una relazione che non funziona.
Può esserci un bacio che non arriva e una storia che comincerà comunque più avanti.
È proprio quella zona sospesa, in cui non è ancora successo niente ma qualcosa sembra già cominciato, che torna anche in Quando passo da lì.
Oppure può non succedere più nulla.
Questo non toglie valore a ciò che è accaduto.
Gli toglie soltanto l’obbligo di diventare qualcos’altro.
È una distinzione che sento sempre più importante.
Non dobbiamo svalutare un momento solo perché non è diventato una relazione.
Ma nemmeno trasformarlo in destino solo perché è stato intenso.
A volte è stato semplicemente quello.
Un momento.
Ed essere capaci di lasciarlo essere ciò che è stato può richiedere più delicatezza che costruirgli intorno una storia che non è mai esistita.
Cosa resta dell’attimo prima di un bacio
Forse ricordiamo così bene alcuni momenti prima di un bacio perché sono fatti quasi interamente di possibilità.
Non c’è ancora niente da raccontare con certezza.
Nessuna frase come:
poi ci siamo baciati.
Oppure:
poi mi sono tirato indietro.
Sei ancora nel punto precedente.
Vicino abbastanza da sapere che qualcosa è cambiato.
Ma non abbastanza avanti da sapere cosa diventerà.
È una sensazione che ritorna anche in A piccoli passi: quando qualcosa sta nascendo tra due persone, ma non c’è ancora bisogno di sapere subito che nome avrà o dove porterà.
È uno spazio brevissimo.
Eppure può contenere desiderio, paura, curiosità, rispetto, immaginazione e una quantità assurda di domande tutte insieme.
Poi arriva il secondo successivo.
Qualcuno si avvicina.
Qualcuno sorride.
Qualcuno si ferma.
Il momento sceglie una direzione e tutte le altre possibilità smettono di esistere.
Forse è per questo che il prima può rimanere così nitido.
Non perché sia necessariamente migliore del bacio.
Ma perché è l’ultimo punto in cui non sappiamo ancora niente.
Un istante dopo saprai com’è andata.
Un istante prima, invece, esiste ancora tutto.
In3ccioSonoro nasce dal bisogno di dare forma a quello che spesso resta dentro.
Marco Cammilli scrive canzoni partendo da ricordi, relazioni, errori, assenze e piccoli momenti che sembrano insignificanti finché non diventano una storia.
Qui racconta anche ciò che resta fuori dai tre minuti di una canzone.





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