Ci sono relazioni in cui sei stato scelto, eppure continui a sentirti in prova. Ed è difficile parlare di sicurezza emotiva nelle relazioni quando senti di dover dimostrare ogni giorno di meritare ancora il tuo posto.

E ce ne sono altre in cui puoi arrivare stanco, confuso, con una giornata storta addosso, senza avere la sensazione che questo cambi improvvisamente il posto che occupi nella vita dell’altro.

Quando parlo di sicurezza emotiva nelle relazioni, uso questa espressione in un senso molto concreto: poter dire ciò che senti, mostrare una fragilità, mettere un confine o attraversare un momento difficile senza vivere ogni volta tutto questo come una minaccia al rapporto.

Non significa non litigare.

Non significa essere sempre d’accordo.

E non significa avere la certezza che l’altro resterà per sempre.

Significa poter stare dentro una relazione senza dover continuamente difendere il diritto di essere ciò che sei.

È quello che io chiamo un rapporto abitabile.

Perché essere scelti conta.

Ma essere scelti e poi non riuscire a respirare nello spazio che abbiamo conquistato serve a poco.

Che cosa significa sicurezza emotiva nelle relazioni

Sentirsi emotivamente al sicuro con qualcuno, per me, significa poter abbassare un po’ la guardia.

Dire:

“Questa cosa mi ha fatto male.”

senza prepararsi immediatamente a una battaglia.

Mostrare una fragilità senza pensare che, prima o poi, verrà usata contro di noi.

Chiedere vicinanza senza vergognarsene.

E chiedere spazio senza trasformarlo automaticamente in distanza.

La sicurezza emotiva non rende una relazione semplice e non cancella incomprensioni, paure o giornate nelle quali capirsi sembra difficilissimo.

Quando accade il contrario, desiderio e ferita possono finire per convivere nello stesso legame: è uno dei nodi raccontati in Due Lame Gemelle.

Cambia però una cosa importante:

non abbiamo continuamente la sensazione che ogni difficoltà possa mettere in discussione tutto.

Possiamo non essere nella nostra versione migliore.

Possiamo essere stanchi.

Possiamo sbagliare una frase.

Possiamo perfino non sapere bene cosa ci sta succedendo.

E continuare comunque a sentire di avere un posto.

Essere scelti non è la stessa cosa che sentirsi accolti

A volte confondiamo due cose:

essere desiderati
ed essere accolti.

Ma non sono la stessa cosa.

Qualcuno può sceglierci e non sapere davvero dove mettere ciò che ha scelto.

Può desiderarci finché siamo semplici da capire.

Può trovarci meravigliosi finché non arrivano le paure, i bisogni diversi dai suoi, i silenzi, le giornate storte.

Essere scelti è un gesto. Essere accolti è uno spazio.

Ed è forse lì che una relazione comincia davvero a mostrare ciò che è.

Non soltanto quando qualcuno dice:

“Ti voglio.”

Ma quando, una volta entrati nella sua vita, possiamo domandarci:

“Qui posso stare?”

Non perché ormai siamo dentro.

Non perché andarsene sarebbe difficile.

Ma perché quello spazio ci permette ancora di essere noi stessi.

Quando una relazione diventa abitabile

Continuo a trovare questa parola particolarmente adatta:

abitabile.

Le persone, a volte, assomigliano un po’ alle case.

Alcune sono bellissime da guardare, ma impossibili da vivere.

Altre magari non hanno niente di spettacolare.

Eppure entri e puoi respirare.

Una relazione abitabile non è una relazione perfetta.

È uno spazio nel quale non dobbiamo continuamente sistemare noi stessi prima di entrare.

Non dobbiamo lasciare fuori la paura.

Nascondere le parti meno ordinate.

Essere sempre interessanti, disponibili, brillanti o forti.

Il contrario di questa libertà è qualcosa che ho raccontato anche in Il sorriso del clown: continuare a mostrare una versione che regge mentre ciò che fa male rimane dietro la maschera.

Possiamo arrivare anche con una giornata sbagliata addosso e dire semplicemente:

“Oggi non sto bene.”

senza sentirci immediatamente qualcosa da aggiustare.

Forse è questa una delle forme più concrete di sicurezza emotiva nelle relazioni:

non sentirsi tollerati. Sentirsi accolti.

C’è una differenza enorme tra trattenere qualcuno e permettergli di restare.

Trattenere stringe.

Accogliere lascia spazio.

È una sensazione che ritrovo anche in L’ultimo rifugio: l’idea di un luogo emotivo al quale tornare quando qualcosa, fuori o dentro di noi, smette di reggere.

Non necessariamente un posto che risolve.

A volte basta un posto nel quale non dobbiamo difenderci.

Quando inizi a misurare ogni parola

Forse il contrario della sicurezza emotiva non è il conflitto.

È la difesa continua.

Succede quando, prima di parlare, non ci chiediamo più soltanto:

“Cosa voglio dire?”

ma:

“Come devo dirlo perché non succeda qualcosa?”

Cominciamo a cambiare tono.

A togliere parole.

A ridurre quello che sentiamo perché temiamo di essere troppo intensi, troppo fragili, troppo complicati.

Una domanda normale diventa difficile da fare.

Un bisogno qualcosa di cui scusarsi.

Un silenzio qualcosa da interpretare.

E lentamente non stiamo più soltanto cercando di comunicare con l’altro.

Stiamo imparando a muoverci intorno alle sue reazioni.

Una relazione così può contenere sentimento.

Può contenere desiderio.

Può perfino contenere moltissimo amore.

Ma se per viverla dobbiamo continuamente camminare in punta di piedi, difficilmente riuscirà a diventare casa.

Sicurezza emotiva nelle relazioni non significa non litigare

Una relazione emotivamente sicura non è quella in cui nessuno sbaglia, si arrabbia o finisce mai per ferire l’altro.

Due persone possono sentirsi profondamente vicine e avere opinioni completamente diverse.

Possono arrabbiarsi.

Possono dirsi male qualcosa che avrebbero voluto dire meglio.

Possono attraversare momenti nei quali capirsi sembra impossibile.

La differenza non sta nell’evitare ogni frattura.

Sta in quello che succede dopo.

Possiamo tornarci sopra?

Possiamo riconoscere un errore senza trasformarlo in una sconfitta?

Possiamo ascoltare un dolore senza avere immediatamente bisogno di dimostrare che l’altro non dovrebbe provarlo?

Possiamo discutere senza mettere ogni volta sul tavolo l’esistenza stessa della relazione?

Forse un rapporto sicuro non è quello in cui niente si rompe.

È quello in cui non dobbiamo avere paura di ciò che accadrà quando proveremo a ripararlo.

Quando l’amore c’è, ma lo spazio non è abitabile

Questa è probabilmente la parte più difficile da accettare.

Amare qualcuno non significa automaticamente riuscire a costruire con lui un posto nel quale entrambi possiamo stare bene.

Possiamo volerci bene e farci paura.

Possiamo desiderarci e non riuscire ad accoglierci.

Possiamo avere una connessione fortissima e, nonostante questo, costruire una relazione nella quale nessuno dei due riesce davvero a riposare.

Perché il sentimento e l’abitabilità non sono la stessa cosa.

È una distinzione che attraversa anche Briciole e Mare: il momento in cui quello che proviamo esiste ancora, ma non riesce più a trasformare ciò che rimane in un luogo nel quale sia possibile stare davvero.

A volte non manca l’amore.

Manca uno spazio capace di contenerlo senza consumare chi ci vive dentro.

Ed è proprio allora che può diventare difficile capire perché restiamo anche quando una relazione non funziona più.

Perché andarsene da qualcosa che non proviamo più è una cosa.

Andarsene da qualcosa che proviamo ancora, ma dentro cui non riusciamo più a vivere, è tutta un’altra storia.

Sicurezza emotiva nelle relazioni: da “Mi sceglierai?” a “Qui posso stare?”

Forse, col tempo, cambia anche la domanda che facciamo all’amore.

All’inizio vogliamo sapere:

“Mi sceglierai?”

Poi quella domanda, da sola, non basta più.

Diventa:

“Con te posso essere davvero me stesso?”

“Posso dirti ciò che sento senza prepararmi a perderti?”

“Posso sbagliare senza sentire che improvvisamente vale meno tutto quello che siamo?”

E soprattutto:

“Posso restare senza smettere lentamente di essere io?”

È proprio qui che la sicurezza emotiva nelle relazioni diventa qualcosa di concreto.

Diventa qualcosa che riconosciamo nelle conversazioni difficili, nei silenzi e persino nelle giornate in cui non succede niente di particolare.

Non serve essere scelti ogni giorno come se ogni mattina ricominciasse una selezione.

Serve sapere che, restando, non ci si perde.

Forse è anche per questo che continuo a pensare alle relazioni come a luoghi.

Alcune ci attirano.

Alcune ci travolgono.

Alcune ci fanno desiderare di restare anche quando sappiamo che ci fanno male.

Ma quelle davvero abitabili fanno una cosa molto meno spettacolare:

ci lasciano respirare.

E alla fine forse la domanda più importante non è:

“Quanto ci amiamo?”

È:

“Riusciamo ad abitare questo amore senza perderci?”


6 risposte a “Sicurezza emotiva nelle relazioni: quando un legame diventa abitabile”

  1. Avatar Alessandra
    Alessandra

    Mi sono stancata delle relazioni dove dovevo stare attenta a come respiro. Se devo sentirmi fuori posto allora non è casa. Punto.

    1. Avatar In3ccioSonoro

      Se non puoi respirare, non è casa.
      Grazie Alessandra del commento.

  2. Avatar Sara
    Sara

    Una relazione abitabile è quella dove non mi sento ogni volta sotto esame. Dove posso sbagliare, avere una giornata storta e non temere che tutto crolli.

    1. Avatar In3ccioSonoro

      Ciao Sara, una relazione sana non ti mette alla prova ogni giorno.
      Ne so qualcosa.
      Dovrebbe invece sostenerti.

  3. Avatar Luca
    Luca

    Se devo rimpicciolirmi per rimanere allora non è amore.

    1. Avatar In3ccioSonoro

      Ciao Luca, se devi diventare meno per restare, stai già perdendo.
      E l’amore non dovrebbe chiedere questo.

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