Un quasi amore può lasciarti una persona che non riesci nemmeno a chiamare ex.
Non perché abbiano contato poco.
Quasi il contrario.
È che non c’è mai stato un momento preciso in cui avete potuto dire davvero:
noi.
Eppure qualcosa c’è stato.
Serate che sembravano l’inizio di qualcosa.
Messaggi che aspettavi.
Confidenze che non avresti fatto a chiunque.
Un modo particolare di cercarsi.
La sensazione che mancasse soltanto un passo perché tutto prendesse finalmente una forma.
Quel passo, però, non arriva.
E quando finisce — ammesso che si possa parlare davvero di una fine — rimane una domanda difficile da sistemare:
come fai a perdere qualcosa che non sai nemmeno come chiamare?
È lì che vive il quasi amore.
Non nel niente.
Ma in quella distanza dolorosamente piccola tra ciò che è stato davvero e ciò che avrebbe potuto diventare.
Che cos’è un quasi amore
Quando parlo di quasi amore non intendo una categoria precisa, né una relazione semplicemente priva di etichetta.
Due persone possono non sentire alcun bisogno di definire subito ciò che stanno vivendo ed essere perfettamente d’accordo su questo.
Il problema non è la parola che usano.
È quando quella relazione comincia ad avere due significati diversi.
Per uno è qualcosa che sta andando da qualche parte.
Per l’altro è qualcosa che può rimanere così.
Uno interpreta la vicinanza come un inizio.
L’altro la vive senza immaginare necessariamente un dopo.
E non significa nemmeno che da una parte ci sia sentimento e dall’altra niente.
Può esserci desiderio da entrambe le parti.
Affetto.
Intimità.
La voglia di cercarsi.
Momenti nei quali sembra impossibile pensare che tutto questo non stia portando da qualche parte.
È proprio ciò che rende il quasi amore difficile da riconoscere.
Perché sarebbe molto più semplice se non ci fosse niente.
Invece c’è abbastanza da continuare a sperare, ma non necessariamente abbastanza da costruire.
Il quasi amore nasce spesso in questa distanza.
Non tra amore e assenza di amore.
Tra ciò che due persone sentono e ciò che riescono realmente a farne.
Perché un quasi amore può fare così male
Non credo che il quasi amore sia automaticamente la forma più dolorosa dell’amore.
Non esiste una classifica del dolore.
Ma capisco perché, quando ci sei dentro, possa sembrarlo.
Quando finisce una relazione che ha avuto una forma chiara, perdi qualcosa che conosci.
Sai più o meno quando è cominciata.
Sai cosa siete stati.
Hai ricordi che appartengono a una storia riconoscibile.
Magari avete avuto una casa, delle abitudini, dei progetti.
E quando tutto finisce, per quanto faccia male, esiste qualcosa che puoi guardare e dire:
è stato questo.
Nel quasi amore è più complicato.
Perché insieme a ciò che hai realmente vissuto rimane continuamente accanto a te ciò che non è successo.
Il viaggio di cui avevate parlato.
La volta in cui sembrava che finalmente vi sareste scelti.
La conversazione che avrebbe dovuto chiarire tutto.
La domenica che avevi già iniziato a immaginare.
Un futuro che magari non era stato promesso davvero, ma al quale avevi cominciato a fare spazio.
Così non perdi soltanto una persona.
Perdi anche una possibilità.
E le possibilità hanno un vantaggio enorme sulla realtà:
non possiamo verificare come sarebbero andate.
Per questo possono rimanere perfette.
La storia reale avrebbe avuto difetti.
Giorni storti.
Incompatibilità.
Stanchezza.
Discussioni.
La storia che non è mai cominciata abbastanza, invece, può continuare a vivere nella sua versione migliore.
Non perdi soltanto quello che è stato
E allora arrivano i se.
Se avessimo aspettato ancora un po’.
Se avessi detto quella cosa.
Se ci fossimo incontrati in un altro momento.
Se lei avesse avuto meno paura.
Se io avessi capito prima.
Se avessimo fatto quel passo.
Il problema è che il se non incontra quasi mai una risposta.
Puoi tornarci cento volte e costruire cento finali diversi.
Ed è facile confondere:
avrebbe potuto funzionare
con
avrebbe funzionato.
Sono due cose completamente diverse.
Quasi ogni relazione, prima di essere vissuta, contiene una possibilità.
Ma una storia non è fatta soltanto di ciò che due persone potrebbero essere insieme.
È fatta anche di quello che riescono a scegliere, sostenere e costruire quando quella possibilità diventa vita reale.
A volte ciò che avrebbe potuto essere era bellissimo.
E rimane comunque qualcosa che non è stato.
È lo stesso territorio attraversato da Modalità bozza: le possibilità non vissute, che possono sembrarci perfette anche perché non hanno mai dovuto confrontarsi con la realtà.
Quando il quasi smette di essere una fase e diventa un posto
All’inizio di una relazione è normale non sapere ancora dove si sta andando.
Ci si conosce.
Ci si avvicina.
Si prova.
Uno dei due può avere bisogno di più tempo.
Non tutto ciò che è incerto è destinato a far male.
La differenza arriva quando l’incertezza smette di essere una fase e diventa il funzionamento stesso del rapporto.
Passano settimane.
Poi mesi.
Succedono cose che sembrano cambiare tutto.
E poco dopo siete di nuovo nello stesso punto.
Vi avvicinate abbastanza da far sembrare possibile una relazione.
Poi qualcosa arretra.
Vi cercate.
Vi perdete.
Tornate.
E soprattutto ricomincia ogni volta la stessa domanda:
che cosa siamo?
Non perché una coppia debba seguire un percorso prestabilito.
Ma perché vivere continuamente nella possibilità può diventare un modo per non vivere mai davvero ciò che desideriamo.
È una dinamica che ritorna anche in La briciola sul balcone.
In quella canzone il quasi prende una forma molto concreta: una briciola rimasta ferma sul balcone, figlia dell’indecisione di qualcun altro.
Qualcosa che continua a essere lì finché, a un certo punto, non può più lasciare che sia l’altro a decidere quanto a lungo dovrà restare.
Ascolta La briciola sul balcone
Il quasi amore può assomigliare proprio a questo.
Non a una relazione che cresce lentamente.
A una relazione nella quale aspetti continuamente che accada ciò che da troppo tempo sembra essere sul punto di accadere.
E allora la domanda cambia.
Non è più soltanto:
quanto tempo devo aspettare?
Diventa:
sto aspettando che una relazione cresca o sto aspettando che diventi finalmente una relazione?
Sembrano la stessa cosa.
Non lo sono.
Il problema non è dare un nome alla relazione
Quando qualcosa rimane indefinito, la tentazione è pensare che sarebbe bastata una parola.
Fidanzati.
Coppia.
Relazione.
Ma un’etichetta da sola non rende stabile niente.
Puoi chiamarti coppia ed essere lontanissimo.
Puoi non esserti ancora dato un nome e stare costruendo qualcosa di molto concreto.
La differenza la fanno soprattutto i comportamenti.
C’è spazio per dire cosa desiderate?
Potete chiedervi dove state andando senza che la domanda venga percepita come una minaccia?
Quando emerge una difficoltà riuscite ad attraversarla oppure tutto torna immediatamente nell’indefinito?
Il tempo porta un po’ più di chiarezza o produce soltanto nuove spiegazioni del perché non sia ancora il momento?
Sono domande meno romantiche di uno sguardo o di una notte passata insieme.
Ma spesso raccontano molto meglio dove si trova davvero una relazione.
Perché il problema del quasi non è non avere ancora trovato una parola.
È non riuscire mai a trovare una direzione condivisa.
Quasi amore non significa poco amore
C’è però un errore che vorrei evitare.
Pensare che, se una relazione non è riuscita a diventare qualcosa di definito, allora quello che c’era dentro non fosse vero.
Non funziona necessariamente così.
Possiamo provare sentimenti autentici dentro rapporti incapaci di costruire una forma stabile.
Possiamo voler bene a qualcuno e non essere in grado di stare con lui.
Possiamo desiderarlo e contemporaneamente non riuscire a offrirgli ciò di cui avrebbe bisogno.
Possiamo perfino essere completamente sinceri quando diciamo:
mi manchi.
E continuare a non riuscire a dire:
resto.
È un confine che attraversa anche L’ultimo rifugio.
Lì due persone continuano a tornare l’una dall’altra perché ciò che esiste tra loro è reale.
Ma essere il posto in cui qualcuno torna quando tutto il resto crolla non significa necessariamente essere il posto che ha scelto per restare.
Ascolta L’ultimo rifugio
Ed è proprio questo il punto.
Reale non significa automaticamente sufficiente.
È una distinzione dolorosa, perché ci impedisce di usare la spiegazione più facile:
non mi amava abbastanza.
Forse qualche volta è così.
Altre volte non serve nemmeno stabilire quanto sentimento ci fosse.
Il problema è accettare che quel sentimento, per quanto vero, non abbia costruito ciò di cui avevamo bisogno.
Sentire qualcosa e riuscire a viverlo sono due cose diverse.
Il futuro immaginato può pesare più del passato
Quando qualcuno comincia a diventare importante, senza accorgercene iniziamo a portarlo un po’ più avanti nel tempo: una cena la settimana successiva, un’estate, un viaggio, una domenica qualsiasi. È uno dei modi in cui iniziamo a fare spazio a qualcuno.
Nel quasi amore quello spazio può diventare enorme.
Perché il presente non arriva mai davvero a confermarlo né a smentirlo.
Il futuro rimane aperto.
E qualche volta continuiamo a essere legati non soltanto alla persona che avevamo davanti, ma alla versione della nostra vita nella quale quella persona avrebbe finalmente trovato il proprio posto.
Lasciarla andare significa allora perdere due cose.
Quello che c’è stato.
E quello che pensavamo sarebbe arrivato dopo.
Forse è per questo che alcuni quasi amori continuano a tornare nella memoria molto tempo dopo.
Non necessariamente perché fossero i grandi amori mancati della nostra vita.
Ma perché non abbiamo mai scoperto che cosa sarebbero diventati nella realtà.
L’intensità non ci dice dove una relazione può arrivare
Un quasi amore può essere intensissimo.
A volte proprio perché è instabile.
Ogni avvicinamento pesa di più.
Ogni silenzio sembra significare qualcosa.
Un messaggio può cambiare l’umore di una giornata.
Un incontro può riaprire possibilità che pensavi di avere chiuso.
Ma intensità e solidità non sono la stessa cosa.
Lo stesso vale per l’attrazione tra due persone: sentire qualcosa con enorme forza non significa automaticamente essere compatibili o riuscire a costruire una relazione.
Vale anche per il quasi amore.
Una storia può farti sentire moltissimo e offrirti pochissimo spazio nel quale vivere ciò che senti.
Ed è forse una delle cose più difficili da riconoscere.
Perché siamo abituati a pensare che un sentimento intenso debba contenere una verità altrettanto grande sul futuro.
Ma il futuro di una relazione non lo decide soltanto quanto sentiamo.
Lo costruisce ciò che entrambi riusciamo a fare con quel sentimento.
Come capire se stai vivendo un quasi amore
Non credo esista una lista capace di dirlo al posto nostro.
Ci sono però alcune domande che possono essere più utili di mille interpretazioni.
So che cosa desidera davvero l’altra persona o continuo a dedurlo soprattutto dai momenti belli?
Posso dire ciò di cui ho bisogno senza temere che basti quella richiesta a far sparire tutto?
Il tempo sta rendendo il rapporto più chiaro oppure sto aspettando da mesi la stessa svolta?
Guardo soprattutto quello che accade o continuo a vivere di quello che potrebbe accadere?
E forse la domanda più difficile:
se nulla cambiasse, vorrei ancora questa relazione esattamente com’è?
Non come potrebbe diventare.
Non come sarebbe nel momento giusto.
Non come sarebbe se l’altro finalmente capisse.
Così com’è oggi.
A volte questa domanda fa più chiarezza di qualsiasi definizione.
Perché ci costringe a guardare il presente senza chiedere continuamente al futuro di correggerlo.
Uscire da un quasi amore non significa dire che non era vero
Forse è questo che rende così difficile lasciare andare un quasi amore.
Per riuscirci, qualche volta proviamo a svalutare tutto.
Non era niente.
Mi ero immaginato tutto.
Non gli importava.
Ma non sempre abbiamo bisogno di trasformare una storia in una bugia per poterla lasciare.
Può essere stata vera.
Può averti fatto bene.
Può averti cambiato.
Può esserci stato amore, oppure qualcosa che gli assomigliava abbastanza da non avere alcun bisogno di essere sminuito.
E può comunque non essere stato sufficiente.
Le due cose possono stare insieme.
Qualcosa può essere importante senza essere il posto giusto in cui continuare a vivere.
È anche questo che mi interessa nelle canzoni d’amore imperfette: raccontare legami veri senza fingere che, solo perché sono stati intensi, dovessero per forza funzionare.
Lasciare un quasi amore significa anche accettare questa contraddizione.
Non essere più costretti a scegliere tra:
era la persona giusta
e
non significava niente.
Esiste uno spazio enorme nel mezzo.
Ci sono persone che hanno significato molto e con cui, semplicemente, non siamo riusciti a costruire una vita condivisa.
Cosa resta di un quasi amore
Forse il quasi amore smette davvero di essere quasi soltanto quando smettiamo di misurarlo con la storia che avrebbe potuto diventare.
A quel punto rimane ciò che è stato.
Non niente.
Non necessariamente il grande amore mancato della nostra vita.
Qualcosa.
Un incontro.
Un legame.
Un periodo.
Una persona che ci ha toccato in un punto preciso della nostra storia e con cui siamo arrivati fino a una certa distanza.
Poi basta.
Per molto tempo possiamo guardare proprio quello spazio mancante e pensare che lì ci fosse la parte più importante.
Il passo che non abbiamo fatto.
La scelta che non è arrivata.
Il momento sbagliato.
La possibilità perduta.
Poi, qualche volta, succede qualcosa di diverso.
Smettiamo di chiedere al passato di mostrarci il finale che non abbiamo avuto.
E riusciamo finalmente a guardare quella storia non per quello che avrebbe potuto essere, ma per quello che è riuscita davvero a diventare.
Non dobbiamo negare ciò che abbiamo sentito.
Non dobbiamo nemmeno decidere che fosse poco.
Dobbiamo soltanto smettere di usare una possibilità come prova che avremmo dovuto aspettare ancora.
Perché forse il dolore più particolare di un quasi amore nasce proprio lì:
nel continuare ad amare anche la storia che non è mai esistita abbastanza da poter essere messa alla prova della realtà.
E forse cominciamo davvero a uscirne quando riusciamo finalmente a separare due cose.
Quello che c’è stato.
E quello che avremmo voluto che diventasse.
Entrambe possono aver contato.
Ma soltanto una delle due è stata la nostra storia.
In3ccioSonoro nasce dal bisogno di dare forma a quello che spesso resta dentro.
Marco Cammilli scrive canzoni partendo da ricordi, relazioni, errori, assenze e piccoli momenti che sembrano insignificanti finché non diventano una storia.
Qui racconta anche ciò che resta fuori dai tre minuti di una canzone.





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