Perfetta Imperfezione nasce da una domanda che per molto tempo ho guardato dalla parte sbagliata:

quanto di noi vorremmo correggere prima di considerarci finalmente abbastanza?

Un difetto.

Una fragilità.

Una cicatrice.

Una scelta che oggi faremmo diversamente.

Una parte del carattere che abbiamo provato a nascondere perché ci sembrava più facile mostrarne un’altra.

La canzone nasce dal tentativo di guardare quelle parti senza trasformarle automaticamente in qualcosa di bello, ma anche senza continuare a considerarle soltanto errori da cancellare.

Perché con il tempo può succedere una cosa strana.

La crepa rimane.

Quello che cambia è il significato che le attribuiamo.

Perfetta Imperfezione: il significato della canzone

Quando pensiamo alla perfezione immaginiamo facilmente qualcosa di integro.

Senza crepe.

Senza graffi.

Senza cicatrici.

Qualcosa che non abbia bisogno di essere nascosto, spiegato o riparato.

Le persone, però, non arrivano mai davvero a quel punto.

Ci portiamo dietro decisioni delle quali ci siamo pentiti, momenti nei quali non siamo stati ciò che avremmo voluto essere, paure che ancora riconosciamo e ferite che magari non fanno più male come prima, ma sono comunque rimaste.

Il titolo Perfetta Imperfezione nasce da questo contrasto.

Non significa che i difetti ci rendano automaticamente migliori.

E nemmeno che tutto ciò che ci ha fatto soffrire debba essere ringraziato.

Significa qualcosa di più vicino a quello che sento: forse non dobbiamo cancellare ogni crepa per poterci considerare interi.

Le due anfore da cui nasce Perfetta Imperfezione

Una delle immagini centrali della canzone viene dalla storia delle due anfore.

Nel testo entra direttamente nella prima strofa:

“Due anfore sul dorso d’un asino gentile,
una intatta e vanitosa, l’altra fragile e sottile.”

Una delle due arriva ogni giorno a destinazione piena.

L’altra ha una crepa.

Durante il viaggio perde acqua e, proprio per questo, si considera difettosa.

Inutile rispetto all’altra.

Un peso.

Poi scopre che lungo il lato della strada dal quale viene trasportata sono cresciuti dei fiori.

L’acqua che pensava di avere soltanto sprecato li aveva bagnati durante tutto il percorso.

È questa l’immagine che mi era rimasta.

Non perché dimostri che ogni difetto abbia necessariamente uno scopo nascosto.

Ma perché cambia il punto dal quale guardiamo quella crepa.

L’anfora continua a essere rotta.

Continua a perdere acqua.

Quello che cambia è l’idea che quella perdita racconti tutto ciò che vale.

Ed è da lì che la storia delle anfore ha cominciato a somigliare molto meno a una favola e molto di più a qualcosa che riconoscevo nelle persone.

Quando un difetto non racconta più tutto di noi

Ci sono parti di noi che finiamo per descrivere quasi esclusivamente attraverso ciò che, secondo noi, non funziona.

Sono troppo questo.

Non sono abbastanza quello.

Avrei dovuto reagire diversamente.

Non avrei dovuto permettere che succedesse.

A forza di ripetercele, alcune definizioni finiscono per diventare più grandi della persona alla quale appartengono.

La canzone prova a spostare appena lo sguardo.

Non per dire che ciò che ci fa soffrire sia improvvisamente diventato bello.

Ma per domandarci se quella parte di noi sia davvero soltanto ciò che abbiamo sempre pensato che fosse.

Una fragilità può averci reso più prudenti.

Un errore può aver modificato il modo in cui abbiamo affrontato quello successivo.

Una delusione può aver cambiato ciò che chiediamo a una relazione.

Non significa che ne sia valsa la pena.

Significa che quello che abbiamo vissuto non rimane fermo nel momento in cui è successo.

Continua, in modi spesso difficili da vedere, dentro ciò che viene dopo.

Le crepe dentro Perfetta Imperfezione

Nel testo tornano continuamente cose che portano addosso un segno.

Crepe.

Graffi.

Nodi.

Rughe.

Nel ritornello diventano:

“Viva le crepe, i graffi, i nodi del cuore,
le rughe che raccontano, le storie di dolore.”

È una frase molto più netta di come probabilmente la direi parlando.

Ed è anche ciò che mi piace del linguaggio di una canzone.

Può prendere un pensiero, stringerlo in pochi versi e portarlo fino in fondo.

Quel “viva le crepe” non significa che dovremmo cercarle o essere felici di averle.

Per me significa smettere di vergognarci automaticamente di quelle che ci sono già.

Non sono medaglie.

Non sono condanne.

Sono segni di qualcosa che è passato da lì.

Ed è per questo che nel ritornello contrappongo quelle crepe alle:

“statue lisce”

e ai:

“quadri d’esposizione”.

Una statua può essere perfettamente levigata.

Una persona no.

E forse il problema comincia proprio quando pretendiamo da noi stessi la stessa superficie.

Il giudizio degli altri e la paura di mostrare le crepe

C’è una parte della canzone che sposta il discorso da come guardiamo noi stessi a come temiamo di essere guardati dagli altri.

Nel bridge scrivo:

“C’è chi disprezza e giudica, chi punta il dito addosso”

Perché non cerchiamo di sembrare perfetti soltanto davanti allo specchio.

Lo facciamo anche davanti alle persone.

Nascondiamo qualcosa perché abbiamo paura che, mostrandolo, possa cambiare il modo in cui veniamo visti.

Una debolezza.

Un fallimento.

Una paura che ci sembra poco compatibile con l’immagine che gli altri hanno di noi.

Una parte che non sappiamo ancora spiegare nemmeno a noi stessi.

Ed è lì che la perfezione può diventare una specie di difesa.

Non tanto essere davvero senza difetti.

Sembrarlo abbastanza da non rischiare il giudizio.

È un tema che ritorna anche in Noi uomini forti, dove la difficoltà non è sentire poco, ma riuscire a mostrare ciò che proviamo quando siamo abituati a rispondere che va sempre tutto bene.

Perfetta Imperfezione e la forza che nasce dalle difficoltà

Nella seconda strofa c’è uno dei passaggi più decisi del brano:

“Ma ogni ruga è una poesia, ogni crollo un insegnamento,
e la forza più profonda nasce proprio dal tormento.”

Rileggendolo fuori dalla canzone, sento il bisogno di fare una distinzione.

Non credo che ogni crollo debba insegnarci qualcosa.

E non penso che ogni sofferenza produca necessariamente forza.

A volte qualcosa ci fa male e basta.

Non abbiamo l’obbligo di trovarci dentro una lezione per poterlo superare.

Nel linguaggio della canzone, però, quei versi rappresentano un’altra possibilità.

Quella di accorgerci, magari molto tempo dopo, che qualcosa che ci aveva messi in difficoltà ha comunque modificato il modo in cui affrontiamo la vita.

Non perché il dolore fosse necessario.

Ma perché noi abbiamo continuato a vivere anche dopo.

E quello che abbiamo fatto dopo può essere diventato parte di ciò che siamo.

Questa differenza, per me, è importante.

Non è il dolore ad avere automaticamente valore.

È ciò che una persona riesce, oppure no, a costruire anche passando da lì.

Non essere perfetti non significa smettere di cambiare

C’è un altro equivoco che non vorrei lasciare dentro Perfetta Imperfezione.

Accettare che abbiamo difetti non significa arrendersi a tutto ciò che siamo.

Possiamo voler cambiare.

Possiamo riconoscere comportamenti che ci fanno male o fanno male agli altri.

Possiamo chiedere scusa.

Possiamo imparare qualcosa.

Possiamo persino guardare indietro e pensare che una nostra vecchia versione non ci piaccia affatto.

Accettare l’imperfezione non significa smettere di crescere.

Significa, per me, non rimandare il nostro valore al giorno in cui avremo finalmente sistemato tutto.

Perché quel giorno probabilmente non arriverà.

È una consapevolezza che ritorna anche in Da bambino pensavo: diventare adulti non significa diventare infallibili, ma imparare a scegliere pur continuando ad avere dubbi e paure.

Cambieremo alcune cose.

Ne scopriremo altre.

Qualcosa resterà irrisolto più a lungo di quanto avremmo voluto.

Nel frattempo continuiamo comunque a essere persone, non lavori in attesa di approvazione definitiva.

Perfetta Imperfezione: non tutto deve tornare come prima

Quando ho scritto questa canzone non pensavo a qualcuno che finalmente riesce a “ripararsi”.

Anzi.

Alcune cose non tornano come prima.

Una cicatrice rimane.

Una scelta non può essere cancellata.

Una relazione può cambiare per sempre.

Una parte di noi può non tornare mai esattamente quella che era.

Per molto tempo possiamo vivere questo cambiamento come una perdita della versione “giusta” di noi.

Come se da qualche parte esistesse ancora la persona che saremmo stati se non avessimo sbagliato quella scelta, incontrato quella paura o attraversato quel momento.

Ma quella persona è soltanto una possibilità.

Non possiamo sapere davvero chi sarebbe diventata.

Quella che conosciamo è la persona arrivata fin qui.

Con qualcosa risolto.

Qualcosa ancora aperto.

Qualcosa che oggi comprende meglio.

E qualche crepa che probabilmente resterà.

Non è necessariamente una versione peggiore.

È quella reale.

Smettere di rincorrere l’idea di perfezione

Il finale della canzone dice:

“Quindi smetti di rincorrere l’idea di perfezione,
che è fredda, immobile, priva di emozione.”

È probabilmente la frase più esplicita di tutto il brano.

Ma non la leggo come:

smetti di provare a migliorarti.

La leggo in un altro modo.

Smetti di immaginare che da qualche parte esista una versione di te senza errori, contraddizioni, paure o parti difficili da mostrare e che soltanto quella versione meriterebbe di essere accettata.

Per me è qui che ritorna davvero la storia dell’anfora.

La crepa non sparisce.

Non viene riparata alla fine della parabola.

Quello che cambia è ciò che quell’anfora credeva che la crepa dicesse di lei.

Ed è forse questa la parte di Perfetta Imperfezione che sento più vicina oggi.

Non l’idea che dobbiamo amare qualsiasi difetto.

Non che ogni ferita ci renda migliori.

Non che tutto accada per insegnarci qualcosa.

Qualcosa di molto più semplice.

Una crepa può far parte della nostra storia senza diventare tutta la nostra storia.

Se vuoi ascoltare gli altri brani e scoprire le storie dalle quali sono nati, trovi tutte le pubblicazioni nella Discografia di In3ccioSonoro.



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