Trasformare un’emozione in musica non significa necessariamente sedersi e decidere di raccontare qualcosa che fa male.

Almeno per me non funziona così.

Ci sono esperienze che riesco a lasciare andare quasi subito. Altre, invece, continuano a tornare senza essere invitate.

Una frase.

Un posto.

Un gesto apparentemente insignificante.

Una cosa che avrei voluto dire e che è rimasta lì.

All’inizio non penso nemmeno che possa diventare una canzone. È semplicemente qualcosa che continua a occupare spazio.

Poi capita di scrivere una frase sul telefono, registrare poche parole al volo o appuntare un’immagine che non voglio dimenticare.

Ed è spesso da lì che comincia tutto.

Non dal bisogno di raccontare per forza una storia, ma dal tentativo di dare una forma a qualcosa che, fino a quel momento, ne aveva soltanto una emotiva.

Trasformare un’emozione in musica partendo da un dettaglio

Parole come dolore, nostalgia, mancanza o amore raccontano moltissimo e allo stesso tempo molto poco.

Sono enormi.

Talmente grandi che, quando provo a usarle direttamente, rischio di non riuscire a dire niente di veramente mio.

Per questo preferisco partire dai dettagli.

Una tazza rimasta sul tavolo.

Un posto in macchina che improvvisamente è vuoto.

Una strada che continui a percorrere anche se non hai più nessun motivo per passarci.

Un messaggio scritto e poi cancellato.

Sono cose piccole, ma hanno una caratteristica importante: fanno vedere l’emozione senza doverla spiegare.

Se scrivo “mi manchi”, chi ascolta capisce quello che sto dicendo.

Ma se racconto il gesto automatico di voltarmi verso un posto dove non c’è più nessuno, quella mancanza comincia ad avere un’immagine.

Ed è spesso proprio quell’immagine a diventare il primo pezzo della canzone.

Quando una frase continua a tornare

A volte tutto comincia da una frase.

Non necessariamente una bella frase.

Può essere persino banale.

La differenza è che continua a tornare.

La scrivo, faccio altro, e qualche ora dopo è ancora lì. Il giorno successivo la rileggo e continua a contenere qualcosa che riconosco.

Quando succede cerco di non migliorarla immediatamente.

Prima provo a capire perché non riesco a lasciarla andare.

Che cosa sta raccontando veramente?

Quale momento c’è dietro?

Che cosa sto cercando di dire senza riuscire ancora a dirlo apertamente?

Da una domanda ne arriva un’altra.

Poi un’immagine.

Poi magari una seconda frase.

Ed è lì che qualcosa comincia a prendere forma.

Non c’è ancora necessariamente una canzone, ma non c’è più nemmeno soltanto un pensiero.

C’è una direzione.

Non tutte le ferite devono diventare canzoni

Sarebbe facile trasformare questa idea in una specie di formula: succede qualcosa, soffri, scrivi e nasce una canzone.

Non è così.

Ci sono cose che non ho nessuna voglia di raccontare.

Altre non riesco a raccontarle.

Altre ancora, semplicemente, non hanno bisogno di diventare musica.

Scrivere non è un obbligo e il dolore non rende automaticamente interessante una canzone.

Quello che fa la differenza, per me, è quando un’esperienza continua a generare immagini e parole.

Quando sento che sotto quello che è successo esiste qualcosa di più universale.

Una paura.

Una contraddizione.

Una mancanza.

Il bisogno di restare quando sai che dovresti andare.

La difficoltà di accettare che una persona possa essere stata importante e non far più parte della tua vita.

È lì che una vicenda privata può cominciare ad aprirsi.

Raccontare senza spiegare tutto

Quando una canzone nasce da qualcosa di realmente vissuto, potrei raccontare ogni dettaglio.

Chi c’era.

Dove eravamo.

Che giorno era.

Che cosa è stato detto.

Come è finita.

Ma non credo che una canzone abbia bisogno di tutto questo.

Anzi.

Molte volte spiegare troppo indebolisce proprio la parte che vorrei far arrivare.

Chi ascolta non ha bisogno della cronologia completa della mia storia.

Ha bisogno di trovare un punto attraverso il quale possa entrare.

Per questo provo a lasciare degli spazi.

Una porta che si chiude può bastare.

Una stanza rimasta uguale può contenere anni.

Una frase interrotta può raccontare perfettamente qualcosa che due persone non sono mai riuscite a dirsi.

Trasformare un’emozione in musica significa anche scegliere cosa non raccontare.

Perché ciò che rimane fuori può essere proprio lo spazio nel quale entrerà la storia di chi ascolta.

Quando una storia personale smette di essere soltanto tua

Questa è una delle parti che trovo più affascinanti.

Posso scrivere pensando a una persona precisa.

A un momento che conosco soltanto io.

A un luogo che per me ha un significato chiarissimo.

Poi la canzone esce.

Qualcuno la ascolta e dentro quelle stesse parole vede completamente altro.

Una persona diversa.

Una relazione diversa.

Un momento della propria vita che non ha niente a che vedere con quello da cui ero partito.

Eppure l’emozione funziona.

Non perché abbiamo vissuto la stessa storia.

Ma perché probabilmente abbiamo conosciuto qualcosa che le assomiglia.

È il momento in cui una canzone comincia a perdere il legame esclusivo con chi l’ha scritta.

E, per me, è anche uno dei motivi principali per cui vale la pena scrivere.

Briciole e Mare: quello che rimane quando qualcosa cambia forma

Briciole e Mare nasce dentro questo territorio.

Non tanto dalla fine netta di qualcosa, quanto da ciò che rimane quando un rapporto cambia forma.

Perché le storie non scompaiono sempre nel momento in cui finiscono.

Lasciano pezzi.

Abitudini.

Ricordi.

Domande alle quali forse non serve nemmeno più trovare una risposta.

Mi interessava proprio quella zona: il momento in cui sai che qualcosa non è più quello che era, ma una parte di te continua comunque a riconoscerlo.

Non è più un’intera storia.

Sono briciole.

Ma quelle briciole continuano ad avere un peso.

Se vuoi entrare più a fondo nel significato del brano, puoi leggere Briciole e Mare: la resa gentile dell’amore secondo In3ccioSonoro.

L’ultimo rifugio e le contraddizioni che non hanno una soluzione

L’ultimo rifugio parte invece da una contraddizione differente.

Due persone possono sapere perfettamente di non essere la scelta giusta l’una per l’altra e continuare comunque a cercarsi.

Non perché improvvisamente tutto quello che non funzionava abbia smesso di esistere.

Non perché sia comparsa una soluzione.

Semplicemente perché in alcuni momenti quella persona continua a sembrare il posto dove fa meno male stare.

È un sentimento difficile da spiegare razionalmente.

Ed è proprio questo il punto.

Non tutte le emozioni hanno bisogno di essere risolte per poter essere raccontate.

A volte una canzone può limitarsi a restare dentro la contraddizione.

Senza giudicarla.

Senza decidere quale sia la scelta corretta.

Senza inventare un lieto fine.

Puoi approfondire la storia del brano in L’ultimo rifugio: la storia di due anime che tornano dove fa meno male.

Trasformare un’emozione in musica non significa cancellarla

Non penso alla scrittura come a una macchina capace di sistemare quello che è successo.

Una canzone non cambia il passato.

Non riporta indietro qualcuno.

Non rende automaticamente più facile una separazione.

E non chiude necessariamente una ferita.

Può però succedere qualcosa di diverso.

Una sensazione che prima esisteva soltanto dentro comincia ad avere delle parole.

Quelle parole trovano una struttura.

Arriva una melodia.

Poi una voce.

A un certo punto quella cosa può essere ascoltata dall’esterno.

Non significa che abbia smesso di fare male.

Significa che adesso ha anche una forma.

Ed è una differenza importante.

La storia rimane quella che era.

Ma non esiste più soltanto come qualcosa che mi è successo.

È diventata anche qualcosa che sono riuscito a raccontare.

Dalle parole alla musica

Arriva poi un momento in cui il testo da solo non basta.

Ed è qui che la musica può cambiare completamente il peso delle parole.

Una frase quasi sussurrata può sembrare fragile.

La stessa frase, dentro un ritornello che cresce, può diventare una liberazione.

Una pausa prima di una parola può essere più importante di un’intera parte strumentale.

Un arrangiamento molto pieno può far esplodere qualcosa che nelle strofe era rimasto trattenuto.

Per questo cerco di non considerare la musica come una semplice cornice del testo.

Deve raccontare la stessa emozione.

Se le parole stanno dicendo una cosa e l’arrangiamento ne comunica un’altra, sento che il brano perde qualcosa.

La domanda che continuo a farmi è molto semplice:

quello che sto ascoltando assomiglia ancora alla sensazione dalla quale ero partito?

Se la risposta è sì, probabilmente sto andando nella direzione giusta.

Dall’emozione al brano finito

Questo articolo racconta soprattutto da dove può partire una canzone.

Ma da quel primo frammento al brano pubblicato ci sono molti altri passaggi: scrittura, struttura, melodia, arrangiamento, produzione, copertina e distribuzione.

Ho raccontato l’intero percorso in Come nasce una canzone: dall’idea al brano finito.

Questo collegamento per me è importante perché le due cose non sono la stessa cosa.

Un’emozione può essere il punto di partenza.

Ma poi bisogna capire cosa farne.

Quali parole tenere.

Quali eliminare.

Dove deve crescere la musica.

Quando fermarsi.

E soprattutto come evitare che, lavorandoci troppo, la canzone perda proprio quello che aveva fatto nascere tutto.

Quando la canzone arriva a qualcun altro

Poi arriva la pubblicazione.

Ed è probabilmente il momento in cui perdo definitivamente il controllo sul significato della canzone.

Fino a quel momento so da dove arriva ogni frase.

So perché ho scelto una determinata parola.

Conosco la persona, il ricordo o la situazione che hanno fatto partire tutto.

Chi ascolta no.

E non deve saperlo.

Può prendere una frase e portarla completamente altrove.

Può riconoscersi in una storia che, nei fatti, non assomiglia affatto alla mia.

È proprio questo che rende interessante trasformare un’emozione in musica.

All’inizio stai cercando di dare una forma a qualcosa di estremamente personale.

Alla fine quella forma può diventare il contenitore di esperienze che non conoscerai mai.

Alcune cose riesco a dirle soltanto così

Non credo che ogni esperienza debba diventare una canzone.

E soprattutto non credo che una canzone debba necessariamente nascere da qualcosa di doloroso.

Può partire da una felicità improvvisa.

Da un incontro.

Da una cosa ridicola successa durante una giornata normale.

Da un ricordo bello.

Da qualcosa che normalmente sarebbe passato senza lasciare traccia.

Ma alcune emozioni continuano a tornare fino a quando non riesco a trovare un modo per fermarle.

Qualche volta quel modo è scriverle.

Poi arrivano una melodia, un ritmo, una voce.

E quello che all’inizio non riuscivo nemmeno a spiegare diventa qualcosa che posso ascoltare.

Non necessariamente qualcosa che ho risolto.

Non necessariamente qualcosa che ho capito fino in fondo.

Semplicemente qualcosa a cui sono riuscito a dare una forma.

Ed è probabilmente questo, per me, trasformare un’emozione in musica.


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