La musica che emoziona non è necessariamente quella più perfetta o più complessa.

Ci sono canzoni che ascoltiamo e dimentichiamo poco dopo.

E poi ce ne sono altre che sembrano trovare un punto preciso dentro di noi.

Può succedere per una frase, una voce, un crescendo o persino per un momento in cui la musica improvvisamente si ferma.

A volte arrivano i brividi.

Altre volte riaffiora un ricordo.

Oppure sentiamo semplicemente che qualcuno è riuscito a dare una forma a qualcosa che conoscevamo già, ma che non eravamo mai riusciti a spiegare.

È questo che trovo interessante nella musica che emoziona: non dipende soltanto da ciò che è contenuto nella canzone.

Dipende anche da quello che portiamo noi mentre la ascoltiamo.

Cos’è davvero la musica che emoziona?

Non credo esista una formula capace di stabilire quale canzone debba emozionare una persona.

Lo stesso brano può lasciare qualcuno completamente indifferente e diventare importantissimo per qualcun altro.

Perché non ascoltiamo soltanto con le orecchie.

Ascoltiamo con quello che abbiamo vissuto.

Un testo può ricordarci una situazione.

Una voce può farci pensare a qualcuno.

Una melodia può riportarci improvvisamente in un periodo preciso della nostra vita.

La musica è la stessa.

Quello che cambia è il punto dal quale la stiamo ascoltando.

Ed è probabilmente per questo che non sempre le canzoni tecnicamente più perfette sono anche quelle che ci emozionano di più.

Una voce non deve essere perfetta per arrivare

Ci sono interpretazioni impeccabili che ammiro moltissimo e altre, magari meno perfette, che riescono però a lasciarmi qualcosa di più.

A fare la differenza può essere un respiro.

Una parola leggermente trattenuta.

Una piccola incrinatura.

Quel momento in cui smetto di percepire soltanto qualcuno che sta cantando bene e ho la sensazione che quella frase, in quell’istante, gli appartenga davvero.

Non significa che la tecnica non conti.

Significa che da sola non basta.

Quando una voce lascia percepire qualcosa di umano, la distanza tra chi canta e chi ascolta si riduce.

E qualche volta l’emozione nasce proprio lì.

Anche il silenzio fa parte della musica

Per emozionare non serve necessariamente riempire ogni spazio.

Anzi, alcune delle parti più forti di una canzone possono essere proprio quelle in cui qualcosa viene tolto.

Una pausa prima di una frase.

Una batteria che scompare.

Uno strumento che smette improvvisamente di suonare.

Il respiro che rimane da solo prima dell’ingresso del ritornello.

Il silenzio crea attesa.

Ma soprattutto crea spazio.

E in quello spazio chi ascolta può mettere qualcosa di proprio.

Per questo non considero il silenzio come l’assenza della musica.

Può essere una parte dell’arrangiamento esattamente come una chitarra, un piano o una voce.

Se ti interessa questo aspetto, ne parlo più nel dettaglio in L’arte dell’ascolto: come nasce la musica dal silenzio.

Quando una canzone incontra la nostra storia

C’è poi un elemento che può cambiare completamente ciò che proviamo ascoltando un brano: la memoria.

Bastano poche note e possiamo ritrovarci improvvisamente in una macchina, durante un’estate, in una stanza oppure accanto a una persona che non fa più parte della nostra vita.

È uno dei motivi per cui una canzone può acquistare significati diversi nel tempo.

Magari la ascoltiamo per anni senza attribuirle un peso particolare.

Poi succede qualcosa.

La riascoltiamo.

E improvvisamente quelle stesse parole sembrano parlare proprio a noi.

Questo legame tra canzoni e ricordi merita però un discorso tutto suo: l’ho approfondito in Musica e memoria: come una canzone può riportarci indietro nel tempo.

Qui mi interessa soprattutto ciò che dimostra: la forza della musica che emoziona non vive soltanto dentro il brano, ma anche nella persona che lo ascolta.

Non servono sempre grandi storie

Una delle cose che amo di più nelle canzoni è la capacità di rendere importante qualcosa di minuscolo.

Una tazza lasciata sul tavolo.

Una luce rimasta accesa.

Un posto vuoto.

Una strada percorsa centinaia di volte.

Una frase che non abbiamo avuto il coraggio di dire.

Presi da soli sembrano dettagli insignificanti.

Dentro una canzone possono diventare enormi.

Forse perché le grandi definizioni — amore, nostalgia, paura, mancanza — appartengono a tutti.

Un dettaglio, invece, ci permette di vedere quell’emozione.

Ed è anche uno dei principi che cerco di seguire quando scrivo per In3ccioSonoro: partire da qualcosa di preciso e lasciare abbastanza spazio perché chi ascolta possa riconoscervi qualcosa di proprio.

Come cerco l’emozione nelle canzoni di In3ccioSonoro

Quando comincio a lavorare su un brano non penso:

come posso far emozionare chi lo ascolterà?

Credo che sarebbe uno dei modi più semplici per ottenere una canzone costruita.

Cerco invece di capire quale fosse la cosa che aveva attirato la mia attenzione all’inizio.

Una frase.

Un’immagine.

Una situazione.

Un ricordo.

Poi provo a non perderla durante tutto il lavoro successivo.

Il testo può cambiare.

L’arrangiamento può crescere.

Possono entrare strumenti, dinamiche e soluzioni diverse.

Ma se alla fine non riconosco più la sensazione che aveva fatto partire tutto, probabilmente sono andato troppo lontano.

È anche per questo che la musica che emoziona, per me, non può nascere semplicemente da una tecnologia o da una formula.

La tecnologia può aiutarmi a esplorare possibilità sonore differenti.

Ma deve esserci prima qualcosa che valga la pena raccontare.

Se vuoi approfondire proprio questo passaggio, ho raccontato il mio modo di trasformare un’emozione in musica.

A piccoli passi: quando l’emozione rimane nelle cose semplici

Se dovessi scegliere un brano di In3ccioSonoro che rappresenta bene questo modo di vedere la musica, sceglierei A piccoli passi.

Non racconta un gesto enorme.

Non cerca una dichiarazione spettacolare.

Sta invece dentro qualcosa di molto più semplice: continuare ad avanzare quando non abbiamo ancora tutte le risposte.

Un passo.

Poi un altro.

È proprio il tipo di emozione che mi interessa raccontare.

Non dire a chi ascolta ciò che dovrebbe provare, ma lasciare qualche immagine nella quale possa eventualmente riconoscere qualcosa della propria vita.

Puoi leggere anche la storia e il significato di A piccoli passi.

Perché una canzone ci colpisce proprio in quel momento?

C’è una cosa che probabilmente spiega più di tante teorie il rapporto tra musica ed emozioni.

Possiamo ascoltare un brano dieci volte senza provare niente di particolare.

Poi arriva l’undicesima.

Le parole non sono cambiate.

La melodia nemmeno.

Eppure qualcosa arriva diversamente.

Forse nel frattempo abbiamo conosciuto qualcuno.

Abbiamo perso qualcosa.

Abbiamo avuto paura.

Siamo cambiati.

La canzone è rimasta esattamente dov’era.

Siamo noi ad arrivarci diversi.

E qualche volta, quando quel punto di contatto arriva, un ascolto non ci basta più. La canzone finisce e la rimettiamo, poi magari ancora una volta. Ho provato a capire perché ascoltiamo sempre la stessa canzone proprio partendo da questo bisogno di tornare nello stesso brano.

Ma può succedere anche il contrario: non siamo noi a rimettere la canzone. A volte un ritornello, una frase o poche note continuano a ripetersi nella nostra testa anche quando abbiamo smesso di ascoltarla. È quello che succede quando una canzone ci rimane in testa.

Ed è anche questo che rende la musica che emoziona così personale: non esiste soltanto ciò che l’autore ha messo dentro una canzone, ma anche ciò che trova dall’altra parte.

Quando questa reazione diventa particolarmente intensa — fino alle lacrime — entrano in gioco altri meccanismi che meritano un approfondimento specifico.

È proprio il tema che affronto in Perché alcune canzoni ci fanno piangere?

La musica che emoziona non è uguale per tutti

Forse è proprio questo il motivo per cui è così difficile stabilire quali siano le canzoni più emozionanti.

Per questo, più che cercare una classifica, ho raccolto sei canzoni italiane emozionanti del progetto partendo dalle storie e dalle sensazioni che raccontano.

Possiamo analizzare una melodia.

Un testo.

Una voce.

Un arrangiamento.

Possiamo capire perché un crescendo crea tensione o perché una pausa aumenta l’attesa.

È lo stesso meccanismo che rende così efficace la musica horror, dove tensione, silenzi e suoni inquietanti vengono usati proprio per guidare ciò che proviamo.

Ma alla fine manca sempre una variabile.

La persona che sta ascoltando.

La musica che emoziona davvero, almeno per me, è quella che riesce a lasciare abbastanza spazio perché dentro una storia scritta da qualcun altro possa entrare anche qualcosa di nostro.

È allora che una canzone smette per qualche minuto di appartenere soltanto a chi l’ha scritta.

Continua a raccontare la stessa storia.

Ma comincia a contenere anche la nostra.

Se vuoi ascoltare le storie che hanno dato vita al progetto, nella Discografia di In3ccioSonoro trovi tutti i brani pubblicati.


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