La musica horror è una delle cose che ricordo meglio di certi film di cui, a distanza di anni, ho dimenticato interi pezzi di trama

Ma basta sentire poche note e qualcosa torna immediatamente al suo posto.

Una stanza buia.

Il divano.

Mio fratello accanto.

Quella sensazione assurda per cui avevi paura di quello che stava per succedere e, nello stesso momento, non volevi assolutamente smettere di guardare.

Per me la musica horror è sempre stata questo.

Non semplicemente l’accompagnamento di un film, ma una parte della paura stessa.

A volte arrivava prima dell’immagine.

Un suono cambiava.

Il tema musicale ricominciava.

Compariva quel silenzio troppo lungo che ti faceva capire che qualcosa, da qualche parte, stava per succedere.

E magari il mostro non era ancora apparso.

Ma tu lo avevi già sentito arrivare.

Con il tempo mi sono accorto che molte delle mie memorie legate all’horror non sono soltanto immagini.

Sono soprattutto suoni.

E forse non è un caso.

Perché la musica horror fa paura

La musica di un film horror ha un vantaggio enorme sull’immagine:

può metterti in allarme prima che tu sappia per cosa dovresti avere paura.

Una porta chiusa, da sola, può essere semplicemente una porta.

Ma cambia completamente se mentre la guardi comincia un suono basso, ripetitivo, che lentamente cresce.

Una stanza vuota può non avere niente di inquietante.

Poi la musica si interrompe.

Rimane silenzio.

E improvvisamente cominci a guardare anche l’angolo dello schermo in cui non sta succedendo niente.

È questo che trovo affascinante.

La musica horror lavora spesso sull’attesa.

Ripetizioni.

Contrasti.

Suoni ruvidi o instabili.

Note che sembrano non risolversi.

Rumori che non riesci a collocare immediatamente.

E naturalmente il silenzio.

Perché nell’horror anche togliere un suono può diventare un modo per creare tensione.

Non è soltanto una sensazione personale. Uno studio pubblicato su Biology Letters ha analizzato soundtrack cinematografiche di generi differenti e ha trovato negli horror una presenza particolare di elementi acustici aspri e non lineari, compresi suoni simili a grida distorte, che possono contribuire ad aumentare l’attivazione emotiva dello spettatore.

Ma non serve conoscere la teoria mentre guardi un film.

Lo senti.

Il suono ti sta già dicendo:

non rilassarti.

Musica horror: 7 colonne sonore che hanno dato un suono alla paura

Non voglio fare una classifica delle “migliori colonne sonore horror di sempre”.

Sarebbe una lista diversa per ognuno.

Queste sono piuttosto alcune delle musiche che hanno reso la paura immediatamente riconoscibile e che, in modi diversi, fanno parte anche dei miei ricordi.

Molti di questi titoli ricorrono ancora oggi quando si parla delle colonne sonore horror più memorabili, da Psycho a Profondo Rosso, L’esorcista e Halloween.

Psycho: quando gli archi diventano un coltello

Ci sono musiche che non hai bisogno di conoscere per riconoscerle.

Quelle note stridenti associate a Psycho sembrano quasi avere la stessa forma del gesto che stanno accompagnando.

Non stanno semplicemente sotto la scena.

La attraversano.

È uno degli esempi che mi vengono in mente quando penso a quanto una colonna sonora possa trasformare completamente ciò che vediamo.

Togli il suono e rimane un’immagine.

Rimettilo e il corpo quasi anticipa il colpo.

L’esorcista: quando poche note bastano a contaminare tutto

Tubular Bells non nasce come musica composta appositamente per L’esorcista, eppure il suo utilizzo nel film l’ha resa inseparabile, nell’immaginario di moltissime persone, da quell’atmosfera.

È una cosa che trovo bellissima della musica applicata alle immagini.

Un brano può avere una vita.

Poi incontra una scena e da quel momento ne acquista un’altra.

Bastano poche note e non stai più ascoltando soltanto musica.

Stai aspettando che succeda qualcosa.

Profondo Rosso: la paura che puoi quasi canticchiare

Con Profondo Rosso succede qualcosa di ancora diverso.

Il tema dei Goblin è inquietante, ma è anche riconoscibilissimo.

Ha una sua identità musicale indipendente.

Potresti ascoltarlo senza immagini e continuerebbe comunque a costruire uno spazio.

Ed è proprio questo che mi colpiva.

L’idea che la paura potesse avere una melodia.

Non soltanto rumori improvvisi, urla e porte che sbattono.

Una musica vera e propria che riusciva a diventare parte del film e, allo stesso tempo, a sopravvivergli.

Il tema di Profondo Rosso è ancora considerato uno dei riferimenti più riconoscibili dell’horror italiano.

Suspiria: quando la musica sembra provenire dallo stesso incubo

Con Suspiria, sempre attraverso i Goblin, la sensazione per me cambia ancora.

Non hai soltanto un tema che accompagna ciò che sta succedendo.

Hai quasi l’impressione che il film e la musica appartengano allo stesso luogo malato.

Voci.

Percussioni.

Suoni che sembrano respirare.

Momenti in cui non sai più bene se stai ascoltando una melodia oppure qualcosa che dovrebbe metterti in guardia.

È proprio questa difficoltà nel separare musica, rumore e atmosfera a renderla così difficile da dimenticare.

Halloween: il pericolo dentro poche note

Poi c’è Halloween.

Pochissimo materiale.

Una figura che ritorna.

E più ritorna, più cominci ad associarla a qualcosa che si sta avvicinando.

È forse uno degli esempi più chiari di una cosa che nell’horror funziona meravigliosamente:

la ripetizione può fare paura.

Perché dopo un po’ non hai bisogno che qualcuno ti spieghi cosa significhi quel tema.

Lo hai imparato.

Quando ricomincia, sai già che non promette niente di buono.

Il tema di John Carpenter è diventato uno dei motivi musicali più riconoscibili del cinema horror.

Nightmare: quando anche il sonno smette di essere un posto sicuro

Nightmare aveva per me un vantaggio sleale.

Prendeva una cosa che dovrebbe proteggerci dal mondo — dormire — e la trasformava nel posto in cui il pericolo diventava inevitabile.

Anche la musica contribuiva a quella sensazione.

Sintetizzatori.

Atmosfere sospese.

Suoni che sembravano appartenere più a un sogno sbagliato che alla realtà.

E quando sei ragazzino, il problema è abbastanza evidente:

finisce il film.

Vai a letto.

E improvvisamente il posto in cui dovresti sentirti più tranquillo non sembra più così innocente.

Hellraiser: una paura quasi solenne

Hellraiser mi dava una sensazione diversa.

Non soltanto paura.

Qualcosa di più grande, quasi rituale.

La musica riusciva ad accompagnare immagini disturbanti senza ridursi al semplice tentativo di farti sobbalzare.

Ed è una cosa che, crescendo, ho iniziato ad apprezzare sempre di più.

L’horror può essere violento.

Sporco.

Grottesco.

Ma può essere anche sorprendentemente elegante.

E qualche volta è proprio questo contrasto a renderlo ancora più inquietante.

Quando l’horror era TV Sorrisi e Canzoni, forbici e un diario

Ma quando penso davvero alla musica horror, prima delle analisi vengono i ricordi.

Le serate con mio fratello.

Poi la scuola.

Gli amici.

Le discussioni il giorno dopo.

Negli anni in cui guardavo Nightmare, Halloween, La Casa, Shining, Non aprite quella porta, Profondo Rosso, Suspiria, Phenomena, La Cosa, Hellraiser e tutto quello che riuscivamo a recuperare, l’horror non finiva con i titoli di coda.

Ce lo portavamo dietro.

Ogni settimana prendevamo TV Sorrisi e Canzoni e cercavamo i piccoli trafiletti dedicati ai film.

Ritagliavamo le immagini.

Le incollavamo sul diario di scuola.

Locandina e VHS di film horror anni ’80 con forbici e ritagli: musica e colonne sonore horror come ispirazione creativa

A ripensarci oggi fa quasi sorridere.

Era una specie di archivio artigianale della paura.

Niente database.

Niente streaming.

Niente algoritmo che ti propone altri cento film perché ne hai guardato uno.

Forbici.

Carta.

Colla.

E la voglia di conservare qualcosa di quello che avevamo visto.

Poi il giorno dopo ne parlavamo.

E naturalmente facevamo i fenomeni.

Dicevamo che noi non avremmo mai fatto le stupidaggini dei protagonisti.

Se fossimo entrati in una casa isolata e la luce si fosse spenta da sola?

Cinque minuti e io ero già a casa.

Nei film, invece, no.

Sentivano un rumore al piano di sopra e andavano a controllare.

Trovavano una porta che nessuno ricordava di avere visto e la aprivano.

Il gruppo si divideva.

E inevitabilmente qualcuno spariva.

Noi ridevamo.

Forse anche perché ridere era un ottimo modo per far sembrare meno inquietante quello che avevamo appena visto.

I Goblin e il momento in cui ho iniziato ad ascoltare la musica horror

Tra tutte quelle musiche, i Goblin hanno occupato uno spazio particolare.

Tavolo con cassette VHS etichettate “Horror”, vinile dei Goblin, spartiti musicali, foto di scene horror ritagliate, forbici, cuffie e audiocassetta con etichetta “Colonne Horror”.

Non perché allora sapessi analizzare ciò che stavano facendo.

Non sapevo nulla di strutture, suoni, arrangiamenti o tensione armonica.

Sapevo soltanto una cosa:

mi facevano sentire qualcosa prima ancora che capissi perché.

Ed è una sensazione che oggi riconosco molto meglio.

Quello che mi colpiva non era soltanto la paura.

Era la capacità della musica di modificare uno spazio.

Una stanza diventava diversa.

Un corridoio diventava troppo lungo.

Un’inquadratura ferma cominciava improvvisamente a sembrare una minaccia.

È una delle ragioni per cui continuo a pensare che la musica sappia emozionare anche quando non racconta esplicitamente ciò che dobbiamo provare.

Non ha sempre bisogno di spiegarti.

Qualche volta le basta prepararti.

L’uomo ombra sotto il letto: la paura dentro una sola frase

Poi ci sono ricordi che rimangono per motivi molto più difficili da spiegare.

Per anni ho associato alle serate televisive dell’horror una storia che mi era rimasta addosso più di tante altre.

Un ragazzino scopre che sotto il suo letto vive una creatura.

L’Uomo Ombra.

Figura d’ombra con forma umana che emerge da sotto un letto in una camera buia di notte

La cosa inquietante è che quella creatura, almeno apparentemente, rappresenta anche una forma di protezione.

Ripete una frase che, più o meno, ho continuato a ricordare per anni:

“Sono l’uomo ombra e mai farò del male alla persona sotto il cui letto vivo.”

Ed è già inquietante così.

Ma in qualche modo impari la regola.

Lui vive lì.

Il ragazzo è protetto.

Esiste un patto.

Poi arriva il momento in cui quella sicurezza viene distrutta da pochissime parole.

L’Uomo Ombra gli fa capire che non vive più sotto il suo letto.

Fine.

Per me quello era terrore.

Non serviva mostrare chissà cosa.

La parte spaventosa era capire, un istante prima del personaggio, che la regola sulla quale avevi costruito la tua sicurezza non valeva più.

Anni dopo ho scoperto che il ricordo veniva da “L’uomo ombra” (The Shadow Man), episodio della serie Ai confini della realtà del 1985 diretto da Joe Dante; le trasmissioni di Zio Tibia portarono effettivamente in Italia anche episodi di quella serie, ed è probabilmente per questo che nella mia memoria le due cose sono rimaste legate.

Ma il dettaglio più interessante, per me, è un altro.

Dopo tutti questi anni non ricordavo con la stessa precisione ogni scena.

Ricordavo la frase.

E soprattutto ricordavo ciò che mi aveva fatto sentire.

Perché la musica horror resta nella memoria

Forse è questo il punto in cui i ricordi personali e la musica tornano a incontrarsi.

Non ricordiamo tutto.

La memoria seleziona.

Mescola.

Perde dettagli.

A volte perfino modifica il modo in cui ricostruiamo un momento.

Eppure basta un suono perché qualcosa che sembrava lontanissimo torni improvvisamente vicino.

Con le colonne sonore horror succede in modo particolarmente evidente perché molti temi vengono associati a momenti di forte tensione.

La musica smette di essere semplicemente una sequenza di note.

Diventa anche il ricordo di quello che stavamo aspettando mentre quelle note suonavano.

Per questo un tema ascoltato trent’anni dopo può avere ancora un effetto immediato.

Non stai ascoltando soltanto ciò che c’è nelle cuffie.

In qualche modo stai ascoltando anche il ragazzo che eri quando l’hai sentito la prima volta.

È un rapporto tra suono e memoria che ritorna anche in Perché alcune canzoni ci fanno piangere: la musica può diventare una specie di accesso rapido a qualcosa che pensavamo di avere lasciato molto più indietro.

Cosa mi ha lasciato la musica horror quando ho iniziato a scrivere

Per molto tempo non ho collegato quelle serate al modo in cui oggi penso una canzone.

Erano film.

Erano ricordi.

Una cosa apparteneva all’adolescenza e l’altra alla scrittura.

Poi ho iniziato ad accorgermi che forse qualcosa era rimasto.

Non il desiderio di scrivere canzoni horror.

Non mi interessa mettere un mostro dentro un testo soltanto perché da ragazzino guardavo Nightmare.

È rimasto qualcosa di più sottile.

L’attesa.

Il valore di una pausa.

La consapevolezza che non devi mostrare immediatamente tutto.

Il modo in cui un dettaglio può preparare qualcosa senza ancora raccontarlo.

Il silenzio che arriva nel punto esatto in cui ti aspettavi un suono.

Una frase che cambia significato soltanto quando arriva quella successiva.

Forse è proprio questo che quelle colonne sonore mi hanno insegnato senza che me ne accorgessi.

Che l’emozione non nasce soltanto da ciò che dici.

Nasce anche da quando decidi di dirlo.

È qualcosa che ritrovo ogni volta che provo a trasformare un’emozione in musica o quando penso al valore del vuoto e del silenzio prima ancora che arrivino le parole.

Perché una musica può essere intensa senza essere piena.

Una scena può fare paura senza mostrare il mostro.

Una canzone può arrivare in un punto preciso proprio perché, un secondo prima, ha saputo trattenersi.

Quello che continuo a sentire

Oggi posso guardare quei vecchi film in modo completamente diverso.

Alcuni mi fanno ancora effetto.

Altri mi fanno sorridere.

Di alcuni vedo effetti speciali che da ragazzino mi sembravano terribili e oggi mostrano inevitabilmente la loro età.

Ma i suoni hanno una strana capacità di resistere.

Parte un tema.

Riconosco una sequenza.

Arriva quel rumore particolare.

E per qualche secondo non sto più pensando a come è stata costruita una colonna sonora.

Sono di nuovo lì.

Con mio fratello.

Con gli amici.

Con un diario pieno di ritagli.

Con la certezza che, se fossi stato io il protagonista, quella maledetta porta non l’avrei mai aperta.

Forse è questa la cosa che più mi affascina ancora oggi della musica horror.

Non ci dice soltanto che dobbiamo avere paura.

Ci insegna ad aspettarla.

E quando lo fa davvero bene, l’immagine può arrivare anche dopo.

Perché qualche volta il mostro non l’hai ancora visto.
Ma lo hai già sentito arrivare.


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