Perché alcune canzoni ci fanno piangere, magari dopo averle ascoltate decine di volte senza provare nulla di particolare?
Succede che parte una melodia conosciuta e, quasi senza preavviso, arrivano gli occhi lucidi.
La canzone è sempre la stessa.
Le parole non sono cambiate.
La voce nemmeno.
Eppure quella volta arriva in un punto diverso.
A volte c’entra un ricordo. Altre volte non sappiamo nemmeno spiegare cosa sia successo. Può bastare una frase, un crescendo, una pausa o una voce che in quel momento sembra attraversare tutte le difese.
Non esiste una sola ragione.
Una canzone può commuoverci per ciò che racconta, per come è costruita, per ciò che ci ricorda oppure semplicemente perché incontra qualcosa che, proprio in quel momento, siamo pronti a sentire.
C’è anche il caso opposto: una canzone ci arriva così precisamente che, invece di lasciarla andare, sentiamo il bisogno di rimetterla subito. È quello che succede quando finiamo per ascoltare sempre la stessa canzone, anche quando ne conosciamo ormai ogni parola e ogni passaggio.
Ma non sempre siamo noi a scegliere di rimetterla. A volte basta un ritornello, una frase o poche note perché continuino a ripetersi nella nostra mente anche quando la musica è finita. È quello che succede quando una canzone ci rimane in testa.
Perché alcune canzoni ci fanno piangere? La risposta breve
Se dovessi rispondere in poche parole, direi così:
alcune canzoni ci fanno piangere quando ciò che stiamo ascoltando incontra un’emozione che ci riguarda davvero.
Può essere legata al passato.
A una persona.
A qualcosa che stiamo vivendo adesso.
Oppure a una sensazione che non avevamo ancora saputo mettere in parole.
La musica non deve necessariamente raccontare la nostra stessa storia.
Basta che trovi un punto di contatto.
Ed è proprio per questo che una stessa canzone può lasciare completamente indifferente una persona e commuoverne profondamente un’altra.
Non piangiamo soltanto con le canzoni tristi
Potrebbe sembrare naturale pensare che a farci piangere siano soprattutto le canzoni malinconiche.
Ma non è sempre così.
Possiamo commuoverci davanti a una canzone d’amore felice.
A un brano che associamo a un momento bellissimo.
A una melodia energica che improvvisamente ci ricorda qualcosa.
Le lacrime non significano necessariamente tristezza.
Possono arrivare anche quando un’emozione diventa semplicemente troppo intensa per rimanere soltanto dentro.
Nostalgia.
Sollievo.
Tenerezza.
Gratitudine.
La sensazione di avere perso qualcosa.
Oppure quella, completamente diversa, di averlo finalmente trovato.
È per questo che una canzone può farci sorridere mentre abbiamo gli occhi lucidi.
Non sempre dobbiamo scegliere tra felicità e dolore.
A volte convivono nello stesso ascolto.
Anche la ricerca ha osservato questa complessità. Uno studio sulle reazioni psicofisiologiche alla musica ha distinto brividi e lacrime come due forme diverse di emozione intensa. Entrambe possono essere piacevoli, ma le lacrime sono risultate associate a una risposta più calma e a un piacere intrecciato alla tristezza.
Quando una canzone sembra parlare proprio di noi
Ci sono momenti in cui ascoltiamo una frase e abbiamo la sensazione che sia stata scritta esattamente per quello che stiamo vivendo.
Naturalmente non è così.
Chi l’ha scritta probabilmente non sa nemmeno che esistiamo.
Ma ha trovato parole abbastanza precise da permetterci di riconoscere qualcosa di nostro.
Ed è lì che una canzone smette di essere soltanto il racconto di qualcun altro.
Cominciamo a riempirla con le nostre persone, i nostri luoghi e le nostre esperienze.
Questo spiega anche perché due ascoltatori possano reagire in modo completamente diverso allo stesso brano.
La canzone porta una parte del significato. L’altra parte la porta chi ascolta.
Se ciò che ci colpisce è soprattutto il legame con persone, luoghi e periodi della nostra vita, ho approfondito quel tema in Musica e memoria: come una canzone può riportarci indietro nel tempo.
Brividi, nodo alla gola e lacrime
Prima delle lacrime, spesso, il corpo manda altri segnali.
Un brivido lungo le braccia.
La pelle d’oca.
Un nodo alla gola.
La sensazione che per qualche secondo sia diventato difficile fare altro oltre ad ascoltare.
Può succedere durante un crescendo.
Quando entra improvvisamente una voce.
Quando un arrangiamento si apre.
Oppure nel momento opposto, quando tutto si ferma e rimane soltanto una frase.
Non c’è bisogno che una canzone sia enorme o spettacolare.
A volte l’effetto più forte arriva proprio da qualcosa di piccolo.
Un respiro.
Una parola lasciata quasi sola.
Una nota che dura un secondo più del previsto.
È anche per questo che la musica che ci commuove non coincide necessariamente con quella tecnicamente più complessa.
Ciò che conta è il modo in cui tutti quegli elementi arrivano a chi sta ascoltando.
Voce, silenzio e dinamica possono cambiare il peso di una frase
Prendiamo una frase semplice.
Cantata in modo neutro può passare quasi inosservata.
La stessa frase, detta con una voce trattenuta dopo un momento di silenzio, può assumere un peso completamente diverso.
È una delle cose che trovo più affascinanti nella musica.
Le parole contano.
Ma conta anche come arrivano.
Una voce leggermente fragile può farci percepire qualcosa che una performance impeccabile non riesce necessariamente a trasmettere.
Un arrangiamento che improvvisamente si svuota può costringerci ad ascoltare una frase con molta più attenzione.
Un crescendo può far diventare enorme qualcosa che per tutta la strofa era rimasto sotto controllo.
Non esiste però una tecnica capace di garantire l’emozione.
Possiamo costruire perfettamente tutti questi elementi e non provocare nulla.
Perché alla fine manca sempre una variabile:
chi sta ascoltando.
Se vuoi allargare il discorso oltre le lacrime e capire cosa rende un brano capace di creare una connessione emotiva, ne parlo in Musica che emoziona: quando il suono riesce ad arrivare dentro.
Perché una canzone può farci piangere dopo anni?
Una delle situazioni più strane è quando conosciamo un brano da moltissimo tempo.
Lo abbiamo ascoltato decine di volte.
Forse centinaia.
Poi un giorno cambia qualcosa.
Non nella canzone.
In noi.
Nel frattempo abbiamo conosciuto qualcuno.
Abbiamo perso qualcosa.
Siamo diventati genitori.
Abbiamo chiuso una relazione.
Abbiamo attraversato un periodo che, quando ascoltavamo quel brano per la prima volta, non avremmo potuto nemmeno immaginare.
Allora quelle parole acquistano un significato nuovo.
Non perché prima non le avessimo capite.
Non le avevamo ancora vissute.
Ed è probabilmente uno dei motivi più forti per cui alcune canzoni sembrano crescere insieme a noi.
Perché la stessa canzone non fa piangere tutti?
Perché non esiste un ascoltatore neutro.
Arriviamo alla musica con una storia personale.
Con giornate buone e giornate pessime.
Con persone che abbiamo amato.
Con assenze.
Con paure.
Con esperienze che gli altri non conoscono.
Una frase che per me è quasi insignificante può contenere per qualcun altro anni di vita.
E viceversa.
È anche il motivo per cui diffido molto delle classifiche delle “canzoni più emozionanti di sempre”.
Possiamo parlare di brani capaci di usare molto bene melodia, interpretazione, dinamica e testo.
Ma non possiamo decidere al posto di qualcuno cosa debba commuoverlo.
Una parte dell’emozione è nella canzone.
L’altra nasce nell’incontro.
Quando scrivo non cerco di far piangere qualcuno
Quando lavoro a un brano di In3ccioSonoro non parto pensando:
questa parte deve far commuovere chi ascolta.
Mi sembrerebbe artificiale.
Cerco piuttosto di non perdere ciò che aveva fatto nascere la canzone.
Se una frase iniziale aveva qualcosa di vero, provo a non soffocarla sotto parole più eleganti.
Se una parte ha bisogno di rimanere piccola, non la riempio soltanto perché un arrangiamento più grande potrebbe sembrare più spettacolare.
L’emozione non dovrebbe essere un effetto speciale aggiunto alla fine.
Deve essere già dentro ciò che stiamo cercando di raccontare.
Poi ciò che accadrà dall’altra parte non possiamo controllarlo.
Una persona potrà ascoltare il brano senza provare niente.
Un’altra potrebbe riconoscersi in una sola frase.
Ed è proprio quella parte imprevedibile che trovo più interessante.
Noi uomini forti: quando l’emozione rimane trattenuta
Un brano nel quale questo tema per me è particolarmente evidente è Noi uomini forti.
Parla proprio della difficoltà di lasciare uscire ciò che proviamo.
Di quel “tutto bene” che a volte diventa quasi una risposta automatica.
Non necessariamente perché non sentiamo niente.
Qualche volta accade esattamente il contrario.
Sentiamo molto, ma non sappiamo bene dove mettere tutto.
Ed è un tipo di emozione che non ha bisogno di grandi scene.
Può rimanere trattenuta per quasi tutto il tempo e diventare proprio per questo più riconoscibile.
Puoi leggere anche la storia di Noi uomini forti e il peso di quel “tutto bene”.
Piangere ascoltando musica non significa necessariamente essere tristi
Forse questa è la cosa più importante da ricordare.
Una lacrima non è una diagnosi dell’emozione che stiamo provando.
Possiamo piangere perché qualcosa ci manca.
Perché qualcosa finalmente è arrivato.
Perché abbiamo riconosciuto una parte di noi.
Perché una voce ci ha ricordato qualcuno.
O semplicemente perché per qualche minuto una canzone è riuscita ad abbassare il rumore che normalmente teniamo intorno a certe emozioni.
Non sempre dobbiamo riuscire a spiegare perché.
Qualche volta una canzone arriva prima delle parole.
Perché alcune canzoni ci fanno piangere, alla fine?
Forse perché la musica riesce a mettere insieme cose che normalmente viviamo separate.
Ricordi.
Parole.
Voce.
Attesa.
Silenzio.
Presente e passato.
Quello che stiamo vivendo e quello che pensavamo di avere già superato.
E quando tutto questo si incontra nel momento giusto, può arrivare una reazione che non avevamo previsto.
Le lacrime sono soltanto una delle forme che può assumere.
La canzone non conosce la nostra storia.
Ma qualche volta riesce comunque a trovare il punto in cui quella storia fa ancora rumore.
Ed è probabilmente questo che rende così difficile rispondere una volta per tutte alla domanda “perché alcune canzoni ci fanno piangere?”
La risposta cambia insieme a chi ascolta.
Domande frequenti
Perché alcune canzoni ci fanno piangere anche se non sono tristi?
Perché non reagiamo soltanto al significato letterale del testo. Una canzone può essere collegata a esperienze personali, persone, ricordi o emozioni intense che non sono necessariamente negative.
Perché una canzone può emozionarci improvvisamente dopo molti anni?
Perché nel frattempo siamo cambiati. Nuove esperienze possono modificare completamente il significato che attribuiamo a parole e melodie che conoscevamo già.
Perché alcune canzoni fanno venire i brividi?
Crescendo, cambi dinamici, ingresso della voce, pause e altri momenti musicalmente intensi possono provocare una forte reazione emotiva, che alcune persone percepiscono anche fisicamente come pelle d’oca o brividi.
Perché la stessa canzone emoziona una persona e un’altra no?
Perché ogni ascoltatore associa alla musica esperienze, ricordi e significati differenti. La reazione non dipende soltanto dal brano, ma anche dalla storia personale di chi lo ascolta.
Se vuoi ascoltare le storie nate da emozioni, persone e momenti che hanno lasciato qualcosa, nella Discografia di In3ccioSonoro trovi tutti i brani pubblicati.
In3ccioSonoro nasce dal bisogno di dare forma a quello che spesso resta dentro.
Marco Cammilli scrive canzoni partendo da ricordi, relazioni, errori, assenze e piccoli momenti che sembrano insignificanti finché non diventano una storia.
Qui racconta anche ciò che resta fuori dai tre minuti di una canzone.





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