Quando ho smesso di scrivere per piacere agli altri, non me ne sono accorto subito.
Non c’è stato un giorno preciso in cui ho deciso che da quel momento avrei scritto in modo diverso. Nessuna svolta improvvisa, nessuna promessa fatta a me stesso.
Me ne sono accorto dopo, tornando sulle prime canzoni di In3ccioSonoro e confrontandole con quelle che erano arrivate nel frattempo.
Erano ancora mie.
Ma parlavano in un altro modo.
Avevano contenuti diversi, una musicalità diversa e soprattutto un modo diverso di esporsi.
Non perché allora stessi fingendo.
Semplicemente, mentre scrivevo, da qualche parte c’era ancora una domanda che oggi pesa molto meno:
Piacerà?
All’inizio non sapevo nemmeno di farlo
Quando ho iniziato a scrivere canzoni non pensavo consapevolmente:
Devo fare qualcosa che piaccia agli altri.
Sarebbe una ricostruzione falsa.
Scrivevo quello che sentivo, cercavo parole che funzionassero, provavo soluzioni diverse.
Ma insieme a tutto questo c’era anche il desiderio naturale che quella canzone arrivasse da qualche parte.
Che qualcuno la ascoltasse.
Che si riconoscesse.
Che dicesse: questa cosa mi piace.
Non credo ci sia niente di sbagliato.
Quando creiamo qualcosa e poi decidiamo di mostrarlo, è normale chiedersi che effetto farà fuori da noi.
Il problema arriva quando quella domanda comincia, anche senza volerlo, a entrare prima delle altre.
Prima di:
È davvero quello che voglio dire?
Questa frase mi rappresenta?
La scriverei comunque così se sapessi che nessuno la giudicherà?
All’inizio non mi ponevo queste domande in modo così netto.
Ma col tempo ho cominciato a capire quanto fossero importanti.
Quando ho iniziato a riconoscere la differenza
La cosa curiosa è che il cambiamento non l’ho capito mentre stava succedendo.
Me ne sono accorto guardandomi indietro.
Finivo una nuova canzone e, rileggendola dopo qualche giorno, sentivo che c’era qualcosa di diverso.
Non necessariamente qualcosa di migliore.
Qualcosa di più vicino a me.
Avevo meno bisogno di spiegare quello che volevo dire.
Alcune frasi che prima avrei probabilmente ammorbidito rimanevano lì.
Altre, invece, sparivano perché mi accorgevo che suonavano bene ma non dicevano davvero niente di mio.
Piano piano avevo smesso di cercare soprattutto la frase più efficace e avevo iniziato a chiedermi quale continuasse a sembrarmi vera anche dopo che l’entusiasmo del momento era passato.
È stato un cambiamento piccolo e graduale.
Proprio per questo l’ho riconosciuto soltanto dopo.
Le prime canzoni erano diverse
Non mi interessa rinnegare le prime canzoni di In3ccioSonoro.
Sarebbe come guardare una fotografia di qualche anno fa e pretendere che rappresenti esattamente la persona che siamo oggi.
Quelle canzoni appartengono al momento in cui sono nate.
Avevano contenuti diversi.
Una musicalità diversa.
Un altro modo di raccontare.
A volte erano più immediate.
A volte cercavano maggiormente una frase capace di funzionare subito.
Oggi probabilmente farei alcune scelte diverse.
Ma è proprio questo il punto.
Se scrivessi ancora nello stesso identico modo, significherebbe che in tutto questo tempo non è cambiato niente.
E invece il mio modo di scrivere è cambiato insieme alle cose che vivevo e al modo in cui imparavo a guardarle.
È lo stesso tipo di movimento lento che ho raccontato anche in A piccoli passi: alcuni cambiamenti importanti non hanno il rumore di una svolta.
Te ne accorgi quando sei già qualche metro più avanti.
Scrivere per piacere agli altri non significa essere falsi
Questa distinzione per me è importante.
Scrivere per piacere agli altri non significa mentire.
Non significa necessariamente costruire un personaggio o raccontare emozioni che non proviamo.
Può essere qualcosa di molto più sottile.
Scegliere la versione più semplice di un pensiero perché sembra più facile da capire.
Togliere una parola che ci espone troppo.
Cercare un ritornello più immediato anche quando il brano sembrava voler andare altrove.
Spiegare una sensazione invece di provare a mostrarla attraverso qualcosa di concreto.
Sono compromessi minuscoli.
Presi uno alla volta quasi non si vedono.
Il problema è che, se diventano un’abitudine, un giorno puoi rileggere quello che hai scritto e riconoscerti soltanto in parte.
Ed è esattamente la sensazione che avevo cominciato ad avvertire.
Non pensavo:
Questo non sono io.
Era qualcosa di meno netto.
Mi riconoscevo, ma solo fino a un certo punto.
Scrivere senza partire dalla domanda “piacerà?”
Non ho smesso di desiderare che le mie canzoni piacciano.
Mi farebbe strano sostenere il contrario.
Se una persona ascolta un mio brano, ci trova qualcosa di suo e decide di riascoltarlo, ne sono felice.
Quello che è cambiato è il punto da cui parto.
Oggi non voglio iniziare una canzone chiedendomi che cosa possa funzionare meglio su chi la ascolterà.
Prima devo capire che cosa voglio raccontare io.
A volte è una situazione.
A volte una frase.
Altre volte un dettaglio minuscolo che continua a tornare.
Poi arriva tutto il resto.
La struttura.
La musica.
Il modo migliore di far entrare quella storia dentro una canzone.
Ma se il punto di partenza non mi appartiene abbastanza, prima o poi me ne accorgo.
Anche quando tutto il resto funziona.
Cosa è cambiato davvero nel mio modo di scrivere
Credo che uno dei cambiamenti più evidenti sia il rapporto con le cose piccole.
Prima cercavo più facilmente il concetto.
Oggi mi interessa molto di più ciò che permette di vederlo.
Una briciola rimasta sul balcone può raccontare un’assenza meglio di una frase che prova a spiegarla.
A volte bastano un oggetto, una stanza, un gesto.
Qualcosa di apparentemente insignificante che, dentro una storia, improvvisamente non lo è più.
Non perché usare immagini renda automaticamente una canzone più profonda.
Ma perché, quando funzionano, lasciano spazio anche a chi ascolta.
Non gli dicono esattamente cosa deve provare.
Gli danno qualcosa dentro cui poter mettere anche una parte della propria storia.
È una direzione che riconosco bene in La briciola sul balcone.
Non perché rappresenti un punto di arrivo definitivo.
Ma perché lì sento con maggiore chiarezza il modo in cui oggi preferisco raccontare: partire da qualcosa di piccolo e lasciare che sia quello, poco alla volta, ad aprire tutto il resto.
Non tutte le canzoni devono cercare la stessa cosa
C’è stato anche un altro cambiamento.
Ho smesso di pensare che una canzone debba necessariamente essere immediata.
Alcune lo sono.
Altre hanno bisogno di tempo.
E va bene così.
Oggi non parto dall’idea che un brano debba funzionare subito, avere per forza qualcosa da ricordare dopo trenta secondi o adattarsi facilmente a un ascolto distratto.
Ma non considero questo un merito.
È semplicemente il tipo di scrittura nel quale oggi mi riconosco maggiormente.
Mi interessano canzoni nelle quali possa rimanere qualcosa da scoprire anche dopo il primo ascolto.
Una frase che la seconda volta assume un significato diverso.
Un dettaglio che inizialmente era passato inosservato.
Una storia nella quale chi ascolta possa entrare senza che io gli abbia già spiegato tutto.
Non significa che sia un modo migliore di scrivere.
È diventato il mio.
Ed è una differenza importante.
Non significa rinnegare quello che veniva prima
Quando cambia il nostro modo di fare qualcosa, è facile guardare indietro con troppa severità.
Io non voglio farlo.
Le prime canzoni mi servivano anche per arrivare alle successive.
Mi hanno fatto capire quali parole continuavano a piacermi dopo mesi e quali invece cominciavano a sembrarmi estranee.
Mi hanno mostrato cosa tendevo a spiegare troppo.
Dove cercavo l’effetto.
E dove, senza rendermene ancora conto, c’era già qualcosa che avrei continuato a seguire.
Se oggi scrivo diversamente è anche perché quelle canzoni esistono.
Non sono errori da cancellare.
Sono parte del percorso.
Raccontano un momento nel quale stavo ancora cercando di capire che cosa volessi davvero tenere nella mia scrittura.
Scrivere per piacere agli altri e scrivere per riconoscersi
Forse la differenza, alla fine, è tutta qui.
Prima, insieme a ciò che volevo raccontare, ascoltavo molto anche la possibile reazione di chi sarebbe arrivato dopo.
Oggi quella persona esiste ancora.
Ma arriva più tardi.
Prima devo riuscire a riconoscermi io.
Non significa chiudere la porta a chi ascolta.
Per me significa quasi il contrario.
Credo che una canzone abbia più possibilità di arrivare davvero a qualcuno quando non nasce dal tentativo di prevedere ciò che quella persona vorrebbe sentire.
Posso sbagliare.
Posso scrivere un brano che non interessa a nessuno.
Posso essere convinto di una frase che fuori da me non riesce ad arrivare.
Fa parte del rischio.
Ma preferisco questo alla sensazione di aver costruito qualcosa correttamente e di non sapere più fino in fondo perché l’ho fatto.
Quando ho smesso di scrivere per piacere agli altri, quindi, non ho smesso di sperare che qualcuno ascoltasse.
Ho semplicemente cambiato l’ordine delle domande.
Prima:
mi rappresenta?
Poi:
piacerà?
E forse il cambiamento più importante nel mio modo di scrivere è stato proprio questo.
Non trovare improvvisamente una voce nuova.
Imparare, poco alla volta, a riconoscere la mia.
In3ccioSonoro nasce dal bisogno di dare forma a quello che spesso resta dentro.
Marco Cammilli scrive canzoni partendo da ricordi, relazioni, errori, assenze e piccoli momenti che sembrano insignificanti finché non diventano una storia.
Qui racconta anche ciò che resta fuori dai tre minuti di una canzone.





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