Quando ho smesso di scrivere per piacere agli altri, non me ne sono accorto subito.
C’è stato un momento in cui mi sono stancato di riconoscermi
solo a metà.
Di sentire che stavo dicendo cose giuste ma non mie fino in fondo.
Quando ho smesso di scrivere per piacere agli altri non l’ho deciso.
Me ne sono accorto.
Quando ho smesso di scrivere per piacere agli altri
All’inizio scrivevo senza rendermene conto, con una sola domanda sullo sfondo:
“Piacerà?”
Non “è vero?”
Non “mi rappresenta?”
Ma “piacerà?”
Era una domanda silenziosa.
Non arrogante.
Non strategica.
Umana.
Cercavo un segno.
Che quello che avevo dentro potesse incontrare qualcuno fuori.
E non c’è niente di sbagliato in questo.
Ma a un certo punto quella domanda ha iniziato a pesare.
Scrivere per piacere agli altri non è mentire.
È dimenticarsi piano.
Quando ho smesso di scrivere per piacere agli altri ho capito da dove nasceva
Nasce molto prima.
Nasce da quando impari che essere apprezzato
è più sicuro che essere vero.
Nasce da quando capisci che, se piaci, resti.
Se non piaci, rischi di sparire.
Così inizi a limare.
A smussare.
A scegliere parole meno pericolose.
Non per mentire.
Ma per sopravvivere.
Io l’ho fatto.
Nei primi passi.
Le prime canzoni avevano un suono diverso.
Parole diverse.
Un modo diverso di stare dentro alle cose.
Non perché fossero sbagliate.
Ma perché ero in un punto diverso.
Le riconosco ancora come mie.
Ma non mi rappresentano più nello stesso modo.
E va bene così.
Perché non credo nei salti.
Credo negli spostamenti piccoli, continui.
È lo stesso movimento lento che racconto anche nella canzone A piccoli passi.
Credo nei brani che assomigliano
al momento in cui sono stati scritti.
Scrivere canzoni per se stessi è una forma di responsabilità
Non è egoismo.
Non è chiusura.
Non è isolamento.
È assumersi la responsabilità di non tradirsi.
Perché ogni volta che scrivi qualcosa
che non senti davvero,
non stai ingannando chi ascolta.
Stai abituando te stesso
a non ascoltarti.
E questa cosa, col tempo,
si paga.
Quando ho iniziato a scrivere canzoni per me,
non è stato liberatorio.
È stato scomodo.
Perché improvvisamente
non avevo più un rifugio:
non potevo nascondermi
dietro l’effetto.
Cosa cambia quando non scrivi più per convincere
Cambia il ritmo.
Cambia il peso delle parole.
Cambia il tipo di silenzio
che lasci tra una frase e l’altra.
Smetti di cercare la frase che colpisce.
Inizi a cercare la frase che resta.
Smetti di spiegare troppo.
Inizi a togliere.
Smetti di costruire personaggi.
Inizi a restare persona.
E questo spaventa.
Perché quando scrivi da lì, sei riconoscibile.
Non in senso artistico.
In senso umano.
L’autenticità nella musica non fa rumore
Non arriva con gli applausi.
Non arriva con le conferme immediate.
Arriva come una calma strana.
La calma di chi sa che, anche se domani nessuno ascoltasse,
quello che ha scritto resterebbe comunque vero.
Per me questa è la vera misura.
Non quante persone arrivano.
Ma quanto io resto.
Quando ho smesso di scrivere per piacere agli altri ho iniziato a scrivere per restare.
È una direzione che senti chiaramente anche in una canzone come La briciola sul balcone.
Dopo aver smesso di scrivere per piacere agli altri
Nascono per restare.
Non chiedono attenzione immediata.
Non cercano l’effetto.
Chiedono tempo. Chiedono ascolto.
Non sono canzoni da mettere in sottofondo.
Sono canzoni da tenere vicino.
E questa, più che una scelta artistica, è semplicemente la mia natura.
Dopo aver smesso di scrivere per piacere agli altri
Perché non voglio diventare bravo
a dire cose che non sento.
Perché non voglio che la mia musica
diventi una vetrina.
Perché ho capito che preferisco
essere attraversato piuttosto che applaudito.
Quando ho smesso di scrivere per piacere agli altri
non ho trovato una voce nuova.
Ho tolto rumore alla mia.
E da lì, per la prima volta, ho iniziato davvero a scrivere.
Marco – In3ccioSonoro

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