Prima di scrivere una canzone, quasi sempre è successo qualcosa che mi ha fatto fermare.
Non necessariamente qualcosa di importante.
Una frase sentita mentre qualcuno parla. Il rumore della pioggia contro un vetro. Una persona seduta da sola. Il modo in cui qualcuno dice “va tutto bene” quando senti che dietro quelle parole c’è molto altro.
Per me ascoltare è il primo gesto creativo proprio per questo: prima delle parole viene il momento in cui ti accorgi che qualcosa merita di non passare inosservato.
Non significa ancora sapere cosa farne.
Non significa avere già una storia.
A volte non significa nemmeno capire perché quella cosa ci abbia colpito.
Significa soltanto fermarsi abbastanza da sentirla.
Ed è spesso da lì che comincia tutto.
Ascoltare è il primo gesto prima ancora di scrivere
Quando si parla di creatività, immaginiamo facilmente qualcuno davanti a un foglio bianco che cerca un’idea.
A me succede quasi il contrario.
Le idee raramente arrivano perché mi siedo e decido di trovarne una.
Molto più spesso erano già lì.
Dentro una conversazione.
In una scena vista per strada.
In una frase che sembrava insignificante.
In qualcosa che è successo giorni prima e che, per qualche motivo, continua a tornare.
La parte creativa comincia quando me ne accorgo.
Per questo ascoltare non è semplicemente aspettare che arrivi l’ispirazione.
È imparare a riconoscere ciò che potrebbe contenerla.
Quando invece il problema è proprio non sapere da dove partire, ho raccolto questo passaggio in Come trovare ispirazione per scrivere una canzone quando non sai da dove partire.
Poi, se quella sensazione continua a rimanere, può iniziare il processo che racconto in Scrivere canzoni: il mio processo creativo in In3ccioSonoro.
Ma prima viene questo.
Accorgersi.
Cosa significa davvero ascoltare
Ascoltare non riguarda soltanto i suoni.
Posso ascoltare anche con gli occhi.
Guardando una persona che esita prima di rispondere.
Notando una luce accesa in una casa mentre fuori è già buio.
Vedendo due persone sedute allo stesso tavolo che sembrano lontanissime anche se le separano pochi centimetri.
Per me l’ascolto creativo è soprattutto una forma di attenzione.
Significa non decidere immediatamente cosa stiamo vedendo.
Lasciare che un’immagine rimanga lì abbastanza a lungo da cominciare a suggerire qualcosa.
Ci sono cose che vediamo tutti.
La differenza, qualche volta, è accorgersi che dentro quella cosa potrebbe esserci una storia.
Non perché sia straordinaria.
Proprio perché potrebbe succedere a chiunque.
Le idee spesso arrivano dai dettagli
Molte cose che finiscono nei miei testi non nascono da grandi avvenimenti.
Nascono dai dettagli.
Una strada sulla quale continui a passare.
Una tazza lasciata sul tavolo.
Una panchina.
Una porta che non si chiude.
Una frase apparentemente normale che, detta da una determinata persona, assume improvvisamente un altro peso.
Sono particolari piccoli, ma spesso hanno una caratteristica: continuano a tornare.
È qualcosa di cui parlo anche in Emozionarsi con le piccole cose, perché spesso ciò che rimane dentro più a lungo non è necessariamente ciò che sembrava più importante mentre lo stavamo vivendo.
La creatività, almeno per me, comincia anche così.
Non inventando continuamente mondi nuovi.
Guardando meglio quello che abbiamo già davanti.
Non tutto quello che ascolto diventa una canzone
Naturalmente non basta che qualcosa mi colpisca perché diventi automaticamente un testo.
Anzi.
La maggior parte delle cose rimane esattamente dov’è.
A volte scrivo una frase sul telefono e non la apro mai più.
Altre volte penso di avere trovato un’idea fortissima e il giorno dopo non mi dice più niente.
Ci sono immagini che rimangono per mesi senza sapere cosa vogliano diventare.
E va bene così.
Non tutto deve essere trasformato.
Credo che una delle parti più difficili del processo creativo sia proprio questa: non forzare ogni intuizione a diventare qualcosa.
Se un’idea ha davvero qualcosa da dire, spesso trova il modo di tornare.
Ed è lì che comincio a prestarle più attenzione.
Quando qualcosa continua a tornare
Ci sono frasi che non riesco a lasciare andare.
All’inizio non so nemmeno perché.
Le scrivo.
Le rileggo.
Magari passano giorni.
Poi tornano.
A quel punto la domanda cambia.
Non penso più soltanto “questa frase mi piace”.
Comincio a chiedermi:
perché proprio questa continua a rimanere?
È spesso in quel momento che sotto le parole comincia ad apparire qualcosa.
Una paura.
Una mancanza.
Una contraddizione.
Un ricordo.
Qualcosa che non avevo ancora messo bene a fuoco.
L’ascolto comincia allora a trasformarsi in scrittura.
Ed è proprio quel passaggio — quando una sensazione smette di essere soltanto qualcosa che sentiamo e comincia a cercare parole e musica — che approfondisco in Trasformare un’emozione in musica: quando una ferita diventa canzone.
Qui siamo ancora un attimo prima.
Nel punto in cui sappiamo soltanto che qualcosa ci ha fermati.
Ascoltare non significa aspettare il silenzio
Per ascoltare non ho necessariamente bisogno che tutto taccia.
A volte le idee arrivano proprio in mezzo al rumore.
In macchina.
In un bar.
Durante una conversazione.
In una strada piena di persone.
Può essere proprio un rumore a richiamare l’attenzione.
Una voce.
Una frenata.
Un bicchiere appoggiato sul tavolo.
Una canzone che arriva da lontano.
Il silenzio è un’altra cosa.
Può creare spazio, permettere di sentire meglio ciò che abbiamo dentro, far emergere qualcosa che il rumore copriva.
Ma l’ascolto creativo può iniziare ovunque.
Quando invece è proprio il silenzio a diventare parte del processo, il discorso cambia. Ne parlo in L’arte dell’ascolto: come nasce la musica dal silenzio.
Le due cose si incontrano, ma non sono la stessa cosa.
Una riguarda il vuoto.
L’altra riguarda l’attenzione.
Come ascolto prima di iniziare una canzone
Quando qualcosa mi colpisce, cerco di non trasformarlo immediatamente in una canzone.
Spesso lo appunto.
Una riga.
A volte anche meno.
Poi lo lascio lì.
Se dopo qualche giorno quella frase continua a incuriosirmi, disturbarmi o riportarmi nello stesso punto, allora probabilmente contiene qualcosa che vale la pena esplorare.
È successo anche con Quando passo da lì.
L’idea non nasceva da una grande scena.
Nasceva da qualcosa di molto più semplice: il fatto che possiamo smettere di cercare una persona, cambiare abitudini, andare avanti, eppure continuare a passare negli stessi luoghi.
La strada rimane.
E ogni volta che la attraversi può riportare con sé qualcosa che pensavi fosse rimasto indietro.
Prima ancora della canzone c’era quindi un’osservazione.
Un dettaglio.
Qualcosa che continuava a chiedere attenzione.
Da lì sono arrivate le parole.
Puoi leggere anche la storia di Quando passo da lì, dove racconto come quel luogo sia diventato parte della canzone.
Prima delle parole c’è qualcosa che abbiamo notato
Non credo che una canzone inizi davvero nel momento in cui scrivo la prima frase.
Comincia un po’ prima.
Nel momento in cui qualcosa che avrei potuto ignorare riesce invece a farmi fermare.
Può essere una voce.
Un rumore.
Una scena.
Un gesto.
Una sensazione che non so ancora spiegare.
All’inizio non c’è bisogno di darle subito un nome.
A volte basta lasciarla lì abbastanza a lungo.
Poi, se continua a tornare, arriverà il momento di capire cosa contiene.
Solo dopo arriveranno le parole.
E magari, ancora più tardi, quelle parole troveranno anche una musica.
Per me è proprio per questo che ascoltare è il primo gesto.
In3ccioSonoro nasce dal bisogno di dare forma a quello che spesso resta dentro.
Marco Cammilli scrive canzoni partendo da ricordi, relazioni, errori, assenze e piccoli momenti che sembrano insignificanti finché non diventano una storia.
Qui racconta anche ciò che resta fuori dai tre minuti di una canzone.





Lascia un commento