A Ritroso nasce da una cosa che facciamo qualche volta quando una storia finisce: mentre il tempo continua ad andare avanti, noi torniamo indietro.

Torniamo a una frase.
A una sera.
A un gesto che allora sembrava insignificante.

Cerchiamo il momento in cui qualcosa ha iniziato a cambiare. Oppure torniamo ancora più indietro, fino a quando quella storia non aveva ancora avuto il tempo di farci male.

A Ritroso nasce da questa idea.

Riavvolgere una storia d’amore dalla fine fino al suo primo istante.

La canzone comincia quando tutto è già successo: ci sono delle chiavi lasciate, una porta, qualcuno che raccoglie il proprio mondo e se ne va.

Poi il tempo cambia direzione.

Le scene tornano indietro.

I ricordi si ricompongono.

Ciò che sappiamo della fine comincia a mescolarsi a ciò che ricordiamo dell’inizio.

Fino ad arrivare al primo sguardo.

Ed è proprio lì che nasce la domanda più importante di A Ritroso:

se potessimo tornare davvero al momento in cui tutto è cominciato, riusciremmo ancora a guardarlo senza sapere come finirà?

Il significato di A Ritroso

Il significato di A Ritroso è racchiuso nel movimento stesso della canzone.

Una storia viene raccontata al contrario.

Si parte dalla separazione e si torna lentamente verso ciò che c’era prima: i giorni insieme, i piccoli dettagli, la vicinanza, fino al momento in cui due persone ancora non sanno cosa diventeranno l’una per l’altra.

Ma riavvolgere non significa cancellare.

Il protagonista non torna indietro per modificare ciò che è successo.

Non può impedire la fine.

Non può correggere una frase.

Non può scegliere una strada diversa.

Può soltanto guardare di nuovo.

Ed è proprio questo a cambiare tutto.

Perché osservare l’inizio di una storia conoscendone già la conclusione significa portare dentro ogni ricordo qualcosa che, quando quel ricordo era presente, ancora non esisteva.

La fine.

Un momento felice può rimanere felice e, nello stesso tempo, assumere un significato diverso.

Una piccola crepa può diventare visibile soltanto dopo.

Un gesto che allora sembrava irrilevante può acquistare improvvisamente peso.

Non perché il passato sia cambiato.

Perché chi lo sta ricordando non è più la stessa persona che lo ha vissuto.

A Ritroso nasce lì.

Nella distanza tra ciò che sapevamo allora e ciò che sappiamo adesso.

Perché A Ritroso comincia dalla fine

La prima scena della canzone non è romantica.

Non c’è un incontro.

Non c’è un bacio.

Non c’è ancora niente da idealizzare.

Ci sono delle chiavi.

Una porta.

Due persone che si congedano senza riuscire più a trovare parole capaci di cambiare qualcosa.

Mi interessava iniziare proprio da lì.

Perché spesso una storia importante non finisce con una frase perfetta.

Finisce attraverso cose molto più concrete.

Qualcuno raccoglie ciò che è suo.

Un oggetto cambia posto.

Una stanza improvvisamente sembra più vuota.

Una porta si chiude.

E soltanto dopo capisci che un gesto apparentemente semplice è diventato il confine tra ciò che c’era prima e ciò che verrà dopo.

Le chiavi e la porta: quando la fine entra nelle cose

Le chiavi di A Ritroso non hanno bisogno di spiegare tutto.

Mi interessano proprio perché sono un oggetto normale.

Per molto tempo possono non significare niente.

Poi arriva un giorno in cui lasciarle su un tavolo significa che non tornerai più nello stesso modo.

È uno dei motivi per cui nei miei testi preferisco spesso partire dai dettagli invece che dalle grandi parole.

Dire fine, dolore o nostalgia racconta direttamente un’emozione.

Una chiave lasciata può farla vedere.

E quando il tempo della canzone comincia a riavvolgersi, anche quella porta cambia funzione.

All’inizio è il punto da cui qualcuno se ne va.

Alla fine del viaggio non esiste ancora.

Quando la fine cambia il modo in cui ricordiamo

Tornando indietro, A Ritroso non ritrova un passato perfetto.

Ed è importante.

Nel testo, anche i giorni sereni cominciano a mostrare qualcosa che allora era rimasto nascosto.

Non significa che quei giorni fossero falsi.

Significa che oggi vengono osservati da un punto diverso.

Quando qualcosa finisce possiamo cadere facilmente in due estremi.

Pensare che, visto come è andata, fosse tutto sbagliato.

Oppure ricordare soltanto ciò che era bello e convincerci che abbiamo perso qualcosa che avrebbe potuto restare perfetto.

Ma una storia può contenere entrambe le cose.

Può esserci stata felicità vera mentre qualcosa stava già iniziando a consumarsi.

Possiamo aver amato sinceramente una persona e, guardando indietro, riconoscere cose che allora non vedevamo.

Possiamo perfino accorgerci che alcuni segnali erano già lì senza trasformare per questo il nostro passato in un errore.

Il finale non cancella quello che abbiamo vissuto.

Ma inevitabilmente cambia il punto da cui lo osserviamo.

La tazza, il cuscino e le cose che restano

Più il tempo torna indietro, più la canzone si riempie di dettagli piccoli.

Una tazza.

Il vapore.

Un odore rimasto su un cuscino.

Sono proprio queste le cose che spesso continuano a tenere una persona dentro un ricordo.

Non necessariamente le grandi dichiarazioni.

La parte ordinaria.

Il modo in cui qualcuno abitava uno spazio.

Un oggetto che allora guardavi senza vederlo davvero.

Una presenza così quotidiana da sembrare normale finché non scompare.

È un processo che ritorna spesso nel mio modo di trasformare un’emozione in musica.

Dire che qualcuno manca è diretto.

Raccontare una tazza, un cuscino, un odore prova invece a lasciare che sia il dettaglio a portare il peso dell’assenza.

Ed è proprio attraverso quelle piccole cose che A Ritroso continua il suo viaggio verso l’inizio.

Ascolta A Ritroso su Spotify

A questo punto la canzone ha già iniziato a muoversi nella direzione opposta al tempo: dalla porta che si chiude verso tutto ciò che esisteva prima.

Se vuoi ascoltare anche gli altri brani e scoprire le storie da cui sono nati, trovi tutte le pubblicazioni nella discografia di In3ccioSonoro.

Tornare al primo sguardo sapendo già come finirà

Continuando a riavvolgere, prima o poi scompaiono anche i ricordi condivisi.

Non ci sono più stanze.

Non ci sono abitudini.

Non ci sono discussioni da interpretare.

Non ci sono ancora ferite.

Rimane il momento in cui due persone si vedono per la prima volta.

Il bridge di A Ritroso arriva proprio lì.

Tra altri volti ce n’è uno che improvvisamente smette di essere uno fra tanti.

Ancora non conosci il suo nome.

Non sai niente di ciò che succederà.

Non sai che quella persona entrerà nella tua vita.

E soprattutto non sai che un giorno ne uscirà.

Ma chi sta ricordando quella scena lo sa.

È questo che rende il primo sguardo diverso da come era stato vissuto.

Il protagonista può tornare con la memoria a quell’istante.

Non può tornare alla propria inconsapevolezza.

Ed è forse questa una delle cose più dolorose del ricordare:

puoi ritrovare una scena, ma non puoi più essere la persona che la guardava senza conoscere ciò che sarebbe successo dopo.

Per questo il primo incontro, nel brano, non diventa necessariamente la prova di un destino.

Mi interessa di più come prova di un momento in cui tutto era ancora aperto.

Prima delle aspettative.

Prima delle ferite.

Prima delle cose dette e di quelle rimaste a metà.

Prima che due sconosciuti accumulassero abbastanza storia da diventare difficili da dimenticare.

“Eri già dentro me”: quando il presente riscrive l’inizio

Arrivato al primo incontro, il protagonista compie inevitabilmente un ultimo gesto.

Interpreta.

Guardando indietro, sente quella persona come se fosse stata già presente dentro di lui.

Ma c’è un paradosso.

Quando avviene quel primo sguardo, lei è ancora una sconosciuta.

È soltanto dopo che diventerà abbastanza importante da far sembrare quasi impossibile il tempo in cui ancora non lo era.

Per questo non leggerei necessariamente quel passaggio come una dichiarazione di destino.

Mi interessa di più un’altra possibilità.

Quando sappiamo quanto qualcuno ha contato, facciamo fatica a tornare mentalmente al momento in cui non significava ancora niente per noi.

Tutto ciò che abbiamo vissuto dopo finisce per entrare anche nel modo in cui raccontiamo il principio.

Il primo sorriso sembra già contenere la storia.

Il primo incontro sembra già diverso dagli altri.

Forse lo era.

Forse è quello che sappiamo oggi a farcelo vedere così.

La canzone non deve necessariamente scegliere.

È proprio questa ambiguità a rendere vero il ricordo.

A Ritroso non parla di tornare indietro

Riavvolgere una storia potrebbe sembrare il desiderio di riviverla.

Non è così che sento questa canzone.

Ricordare qualcuno non significa necessariamente volerlo di nuovo nella propria vita.

Possiamo avere nostalgia di un momento senza desiderare tutto ciò che è venuto dopo.

Possiamo ricordare con tenerezza una persona e sapere che oggi non sceglieremmo più la stessa relazione.

Possiamo perfino sentire la mancanza della versione di noi stessi che esisteva allora.

A Ritroso non usa il passato per chiedere una seconda possibilità.

Lo attraversa per provare a guardarlo intero.

E questa differenza, per me, è fondamentale.

Il tempo può tornare indietro dentro una canzone.

Nella vita no.

Per questo arrivare al primo sguardo non risolve niente.

Non cancella la porta della prima strofa.

Non rimette le chiavi in tasca.

Non cambia ciò che è successo.

Permette soltanto di vedere l’intera distanza che separa due persone che ancora non sanno niente di loro da quelle che, un giorno, non troveranno più parole per salutarsi.

Ed è proprio quella distanza a essere la storia.

Guarda A Ritroso su YouTube

Nel video, A Ritroso può essere attraversata anche attraverso le immagini: non come il tentativo di cancellare una fine, ma come il viaggio verso il punto in cui quella fine ancora non esisteva.

Cosa resta quando riavvolgi una storia

Alla fine di A Ritroso siamo arrivati nel punto più lontano possibile.

Non alla separazione.

All’incontro.

La porta non si è ancora chiusa.

Le chiavi non sono ancora state lasciate.

La tazza non è ancora diventata un ricordo.

Non esiste ancora niente da rimpiangere.

Ci sono soltanto due persone che, almeno per un momento, non sanno ciò che diventeranno l’una per l’altra.

Eppure chi ascolta ormai conosce il viaggio completo.

È questo che rende impossibile tornare davvero all’inizio.

Possiamo ricostruirlo.

Possiamo ricordare un odore, una stanza, una frase.

Possiamo perfino sentire di nuovo qualcosa che pensavamo fosse passato.

Ma ogni ricordo porta con sé anche tutto ciò che è successo dopo.

In Briciole e Mare il movimento arriva dopo una fine e prova a capire cosa può essere lasciato andare senza doverlo cancellare.

A Ritroso compie quasi il viaggio opposto.

Prende ciò che è rimasto e toglie uno strato alla volta.

La fine.

Il dolore.

I giorni insieme.

Le piccole cose.

Fino a ritrovare l’istante in cui ancora non esisteva una storia da perdere.

Forse è questo che cerchiamo davvero quando torniamo indietro con la memoria.

Non sempre la possibilità di cambiare ciò che è successo.

A volte vorremmo soltanto riuscire a guardare ancora una volta qualcosa prima di sapere che un giorno ci sarebbe mancato.

Ma è l’unica cosa che il tempo non ci restituisce.

Possiamo ritrovare l’inizio.

Non possiamo più incontrarlo senza portarci dietro la fine.


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