Quest’estate, in una baita sullo Stelvio, ho ritrovato uno di quei suoni dimenticati che non sentivo da trent’anni.

Non era una canzone.

Era il rumore di una cassetta che entrava in uno stereo.

Su uno scaffale c’era un vecchio apparecchio a doppia piastra, di quelli che per anni hanno fatto parte delle nostre case. Accanto, un contenitore nero pieno di musicassette.

Alcune originali.

Altre registrate.

Titoli scritti a penna.

Custodie graffiate.

Nastri che probabilmente non venivano ascoltati da anni.

Ne ho presa una.

Ho premuto eject.

Lo sportellino si è aperto.

Ho inserito la cassetta e premuto play.

Prima il rumore del meccanismo.

Poi il fruscio.

Infine la musica.

E per qualche secondo non sono stato più lì.

La cosa strana è che a riportarmi indietro non era soltanto la canzone.

Era tutto quello che succedeva prima della canzone.

Il gesto.

Il click.

L’attesa.

Quel piccolo rituale meccanico che per anni era stato normalissimo e che, senza che me ne accorgessi, era semplicemente sparito dalla mia vita.

È lì che ho pensato agli scatti sonori.

Li chiamo così: piccoli suoni capaci di fotografare un momento della nostra vita quasi quanto un’immagine.

Alcuni fanno ancora parte delle nostre giornate.

Altri sono diventati suoni dimenticati.

E a volte basta risentirne uno per ritrovarsi improvvisamente molto lontano.

Quando un suono diventa un ricordo

Quando pensiamo ai ricordi, spesso pensiamo alle immagini.

Una fotografia.

Una stanza.

Un volto.

Una strada che non percorriamo da anni.

Eppure anche i suoni possono rimanere nascosti da qualche parte dentro di noi.

Il telefono di casa.

La rotella di una radio mentre cercavi una frequenza.

Il rumore di una macchina da scrivere.

Una VHS che entrava nel videoregistratore.

Il riavvolgimento di una musicassetta.

Suoni che, mentre facevano parte delle nostre giornate, non avevano niente di speciale.

Non ci fermavamo ad ascoltarli.

Erano semplicemente lì.

Poi cambiano gli oggetti.

Cambiano i gesti.

Passano gli anni.

E uno di quei rumori ritorna.

È allora che scopriamo che non avevamo dimenticato tutto.

Avevamo soltanto smesso di sentirlo.

È qualcosa che mi affascina anche nel rapporto tra musica e memoria: a volte basta un suono per riaprire una porta che pensavamo chiusa.

I suoni dimenticati delle nostre giornate

Ci sono rumori che oggi sarebbe difficile spiegare a qualcuno che non li ha mai vissuti.

Il telefono a disco, per esempio, aveva un tempo tutto suo.

Mettevi il dito sul numero.

Giravi la rotella.

Lasciavi andare.

E aspettavi che tornasse indietro.

Poi ricominciavi.

Anche comporre un numero aveva un ritmo.

Una musicassetta poteva invece costringerti a cercare una canzone andando avanti e indietro quasi alla cieca.

Play.

Stop.

Rewind.

Di nuovo play.

Troppo indietro.

Ancora avanti.

Oggi sembra assurdo.

Allora era normale.

C’era poi il rumore della macchina da scrivere.

La campanella quando arrivavi alla fine della riga.

Il carrello riportato indietro.

Il click del proiettore quando cambiava una diapositiva.

La radio che frusciava mentre cercavi la stazione giusta.

Sono dettagli minuscoli.

E forse proprio perché si ripetevano continuamente finivano per diventare parte del paesaggio delle nostre vite.

Non ci sembravano importanti.

Non pensavamo che un giorno avremmo potuto ricordarli.

Non erano una colonna sonora costruita apposta per accompagnarci.

Erano semplicemente la vita mentre accadeva.

Suoni dimenticati: non era meglio, suonava diversamente

C’è però una cosa che per me è importante chiarire.

Non credo che il passato fosse migliore.

E non penso che ascoltare una musicassetta fosse più bello soltanto perché era più complicato.

Era più complicato e basta.

Oggi posso cercare una canzone e ascoltarla in pochi secondi.

Posso portare migliaia di brani in tasca.

Posso scoprire musica che trent’anni fa probabilmente non avrei mai incontrato.

Non rinuncerei a tutto questo soltanto per tornare a premere rewind.

Il punto non è rimpiangere gli oggetti che abbiamo perso.

È un altro.

Quando cambiano i nostri gesti, cambia anche il suono delle nostre giornate.

Molte azioni che una volta producevano rumori meccanici oggi avvengono con un tocco.

Altre hanno acquisito suoni completamente nuovi.

E ci siamo abituati anche a quelli.

Talmente tanto che quasi non li sentiamo più.

Esattamente come accadeva allora.

Anche il presente sta creando i suoi scatti sonori

Una notifica.

Il bip di un POS.

L’arrivo di un messaggio.

Una videochiamata che parte.

Il segnale di un tornello.

Il suono che ci avverte che qualcosa è stato inviato, ricevuto o completato.

Sono rumori così comuni che oggi difficilmente li considereremmo degni di un ricordo.

Eppure probabilmente, trent’anni fa, nessuno avrebbe pensato che il click di una cassetta potesse diventare emozionante.

Era soltanto una cassetta.

Forse è proprio questo l’aspetto che trovo più interessante.

Non sappiamo quali suoni del presente un giorno ci mancheranno.

Alcuni spariranno senza lasciarci niente.

Altri resteranno legati a un periodo preciso.

A una casa.

A un lavoro.

A una persona.

A un’età.

E quando li sentiremo di nuovo non ricorderemo soltanto quel rumore.

Ricorderemo chi eravamo quando quel rumore era normale.

Per questo ascoltare non significa soltanto sentire qualcosa.

Significa accorgersene.

È un’idea che ritorna anche quando parlo dell’ascolto come primo gesto creativo: prima ancora di produrre parole, musica o immagini, bisogna riuscire a prestare attenzione a ciò che abbiamo intorno.

Perché molte cose diventano importanti soltanto quando non ci sono più.

Quando tornano i suoni dimenticati

È quello che mi è successo sullo Stelvio.

Non so nemmeno se quella cassetta contenesse una delle canzoni più importanti della mia vita.

Probabilmente non era quello il punto.

A emozionarmi era tutto ciò che stava intorno.

Prendere la custodia.

Aprirla.

Tirare fuori il nastro.

Inserirlo.

Premere play.

Aspettare.

Il fruscio prima della musica.

Per qualche secondo era tornato un gesto che conoscevo perfettamente, nonostante fossero passati decenni dall’ultima volta.

Ed è stata forse questa la parte più sorprendente.

Non mi mancava quella cassetta.

Prima di vederla non ci stavo nemmeno pensando.

Non avevo nostalgia di quel gesto.

Non mi svegliavo la mattina desiderando di poter inserire di nuovo un nastro in uno stereo.

Eppure è bastato un click.

Improvvisamente qualcosa che credevo irrilevante era di nuovo lì.

Non soltanto nella memoria.

Quasi nelle mani.

Forse alcuni ricordi funzionano proprio così.

Non bussano alla porta.

Non ci avvisano che stanno tornando.

Aspettano soltanto che qualcosa faccia il rumore giusto.

Ascoltare prima che diventi un ricordo

Quella cassetta è rimasta nella baita.

Io sono tornato a casa.

Ma quel click me lo sono portato dietro.

Forse è questo che mi affascina degli scatti sonori.

Non possiamo sapere in anticipo quali resteranno.

Viviamo circondati da rumori che oggi non significano quasi niente e che, un giorno, potrebbero riportarci esattamente qui.

In questa stanza.

In questa strada.

In questa età.

Accanto alle persone che oggi fanno parte delle nostre giornate.

Magari sarà il suono di qualcosa che tra qualche anno non useremo più.

Magari una notifica che oggi ci infastidisce.

Magari un rumore che sentiamo ogni mattina e al quale non abbiamo mai prestato attenzione.

Non possiamo saperlo.

Per questo ogni tanto vale la pena ascoltare un po’ meglio.

Non per restare aggrappati al passato.

E nemmeno per convincerci che prima fosse tutto più autentico.

Ma perché anche ciò che oggi ci sembra normale, un giorno potrebbe diventare memoria.

E forse uno scatto sonoro è proprio questo:

un momento che non abbiamo fotografato, ma che il nostro orecchio ha conservato comunque.


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